Slot Mob. Non stiamo giocando

L’'azzardo incentivato è sintomo di una crisi più profonda.
Ma esiste una società che riparte dal consumo critica e dalla gratuità di un gesto al bar

di Carlo Cefaloni

pubblicato su Città Nuova n.19/2013 del 10/10/2013

Foto CN Slotmob 01 ridDal 2000 al 2012 il gioco d’azzardo  legale  (Gratta  e  vinci, slot  machine, Totocalcio,  lotterie,  ecc.) è passato da 14 a 88 miliardi di euro di raccolta all’anno. Almeno altri  15  miliardi rientrano nel giro illegale  gestito dalle mafie. Siamo i primi in Europa e al terzo posto nel mondo, con un  numero  pro  capite  di  macchine da gioco di ultima  generazione  (le Vlt) triplo rispetto a  quello  degli Stati  Uniti. Spesa media, contando solo i maggiorenni, di oltre 1700 euro l’anno. Cifre incredibili, una vera emergenza nazionale. Cosa  raccontano  le  strade  dell’Italia  del  2013  al  tempo  della  più volte  profetizzata  scomparsa  della classe  media? Negozi  d’alimentari che  scompaiono  sotto  la  pressione dei  centri  commerciali per cedere il posto a negozi di “compro oro” o sale per il gioco d’azzardo. Bar che diventano piccole bische accanto alla  vetrina  della fi nanziaria che promette  tassi di interesse vantaggiosi sui prestiti.

Segni di un disperato bisogno di soldi che toglie il respiro. Una parte  crescente  della  popolazione vive come espatriata e senza legami di protezione, per cui, come i profughi che scappano con l’oro cucito nei vestiti, usano l’estrema risorsa aurea che hanno in casa per le spese ordinarie. Ma senza una ripresa effettiva, la cosa non può durare e davanti a tante porte che si chiudono o alle quali non si bussa per vergogna, resta il tentativo estremo di tentare la fortuna. Sfidare il destino appartiene alla condizione umana ma la deriva patologica è dietro l’angolo.

Riccardo  Bonacina,  direttore di Vita, cita Baudelaire per definire l’azzardo  come  un  idolo  dove  chi comanda è il  gioco. Tanti  ex  giocatori compulsivi sono ancora increduli quando raccontano la loro storia. Per descrivere il fenomeno, il ministero della Salute cita alcuni studi che descrivono «una condizione molto seria che può arrivare a distruggere la vita». Questa «patologia da dipendenza a più rapida crescita tra i giovani e gli adulti»  interessa, secondo  le  stime, «tra il 2 e il 4 per cento della popolazione».  In  effetti, il numero esatto non si conosce, ma se si prende il valore medio di un milione e mezzo di persone e lo si moltiplica per i nuclei familiari  interessati, si possono  percepire le dimensioni preoccupanti del problema di salute pubblica.

La cura è molto complessa perché può  richiedere  «la  psicoterapia,  la terapia  farmacologica  e  il  ricorso  a gruppi di auto-aiuto». Insomma, non basta un antidepressivo e solo con il decreto Balduzzi del 2012, vincendo fortissime resistenze, la sindrome del gioco d’azzardo patologico è rientrata in quei livelli essenziali  di  assistenza (Lea) che fanno rientrare le relative  «prestazioni  di prevenzione, cura  e  riabilitazione» nei compiti  di un Servizio sanitario nazionale  che non ha tuttavia finanziamenti adeguati mentre il costo sociale complessivo è pari a 6 miliardi di euro.

Da che parte sta la legge?

Davanti a tale scenario, se un gruppo di abitanti, come è avvenuto a Roma, occupa lo storico cinema Palazzo per evitare che si trasformi in un tempio delle slot machine, la legge dello Stato tutela l’impresa che ha avuto la concessione del gioco d’azzardo in base ad una serie di normative votate con larga maggioranza parlamentare.
Nessun politico serio lo può ignorare. Matteo Iori, presidente del Conagga (Coordinamento  nazionale  gruppi  per giocatori d’azzardo), in una conferenza al Senato avvenuta poco prima delle recenti elezioni politiche, ha messo in fila tutti i provvedimenti incentivanti la diffusione legalizzata dei giochi d’azzardo senza soluzione di continuità dai governi di centro sinistra del 97 a quelli successivi di centro destra.

L’operazione ha una sua scientificità, perché i sindaci hanno le mani legate. Non possono  impedire  o vincolare l’apertura delle sale, far rispettare le distanze di sicurezza da luoghi sensibili e definire gli orari di esercizi che restano, nei fatti, aperti senza pausa 24 ore su 24, anche nei giorni festivi. Per questo motivo molti sindaci hanno costituito una rete con Legautonomie che preme per cambiare  a normativa nazionale  con una proposta di legge popolare.

A Pavia, uno dei luoghi più esposti dove, su questo campo, lavora da anni Simone Feder della Casa del giovane, il sindaco e il vescovo sono scesi in piazza in manifestazioni che  assomigliano  alle  processioni contro una nuova peste. Ma i grandi  azionisti  dei  concessionari delle società dell’azzardo  riuniti  in  Confindustria non ci stanno a passare da nuovi untori e citano una ricerca del Censis che smentirebbe il rapporto tra offerta  legale  e  diffusione  della patologia, anche perché il numero dei giocatori sarebbe lo stesso degli anni  Ottanta, quando in Italia erano già presenti «800 mila congegni simil-videopoker piazzati ovunque».

Le  società  collegate  ai  grandi concessionari  ci  tengono  a  definirsi un’«industria  produttiva,  virtuosa, utile ai territori e alle cittadinanze» e sanno di essere una delle prime attività economiche del Paese con fatturati crescenti, quasi seimila imprese con  oltre  120  mila  dipendenti, che permettono allo Stato di raccogliere dalle  giocate  d’azzardo  un  gruzzolo di oltre 8 miliardi di euro. È senza senso, affermano, prendersela contro di noi che siamo solo gli esecutori di un sistema statale che trova i soldi in questo  modo  perché non  può  «raccontare agli italiani che la previdenza è al collasso, che la Pubblica amministrazione non può pagare le forniture, che i comuni dovranno erogare i  servizi  locali  con  risorse  sempre più esigue». Queste società redigono bilanci sociali  e  fanno beneficienza, si  paragonano  «alla  serva  bastonata  mentre  consente ancora un  pasto caldo al padrone (lo Stato)» ma non vengono dalla Luna; esprimono storie riconoscibili del capitalismo italico come si può vedere nel caso emblematico di Lottomatica controllata, accanto a quote di minoranza di Generali e Mediobanca, dal gruppo De Agostini, noto per l’attività editoriale ma proprietario, con maggioranza assoluta, della Gtech che si può autodefinire «il più grande player mondiale nel settore lotteries, gaming, uno dei principali fornitori mondiali di soluzioni tecnologiche incluso l’online».

Censure moralistiche?

Alla  radice  delle  tesi  sull’utilità della  diffusione  del  gioco  d’azzardo lecito si trova l’enfasi sulla libertà del singolo adulto e dell’impresa compromessa  da  censure  moralistiche e  proibizioniste. Una  ricostruzione contestata radicalmente  da Armando Zappolini, coordinatore  della  campagna nazionale “Mettiamoci in gioco”. Secondo il parroco toscano presidente del  Cnca (Coordinamento  nazionale delle comunità d’accoglienza), si tratta solo di mettere ordine in un settore caotico cresciuto in maniera abnorme provocando il ricorso all’usura, grandi  sofferenze  personali  e  familiari (divorzi e separazioni), senza ostacolare,  di  fatto,  «l’infiltrazione  mafiosa ben presente nel business legale». La sproporzione  tra il  volume  d’affari crescente del settore e le entrate fiscali è evidente (cfr. grafico). Consigliata la lettura del dossier Azzardopoli di Libera curato da Daniele Poto.

Lottomatica e altre nove concessionarie sono al centro di un contenzioso amministrativo perché accusate di aver messo in funzione migliaia di macchinette senza collegarle al sistema informatico dei Monopoli di Stato che  permette il prelievo fiscale  sulle giocate.  Umberto  Rapetto, il colonnello della Guardia di Finanza  che ha  condotto  le  indagini, dopo  aver accertato il danno e applicato la sanzione di 98 miliardi di euro, si è detto “costretto” a congedarsi  in anticipo.

La Corte di Conti, alla fine, ha ridotto l’ammontare della cifra a 2 miliardi e mezzo di euro, ma il governo Letta ha aperto la possibilità di accedere ad un condono per una cifra complessiva di 600 milioni di euro; eppure le società coinvolte  (oltre  Lottomatica, Atlantis WorldCogetechSnaiHbgGroup, Cirsa, Codere, Sisal, Gmatica, Gamenet) sono propense a rifiutare perché convinte di poter vincere in appello. Come  afferma  Rapetto,  anche  i concessionari  sono  soggetti liberi e adulti che dovrebbero pagare i danni di un contratto non onorato. È da ricordare  che Atlantis,  oggi  “BPlus gioco  legale”, è stata al centro di un’indagine  della  magistratura  che ha coinvolto politici e banchieri.  

Andare oltre le lobby

Non si può spiegare tutto come il frutto  del  potere  di  presunte  lobby: queste non sarebbero così straripanti senza l’interiorizzazione della sconfitta davanti allo strapotere del denaro. Ogni  giorno  assistiamo, infatti, allo spettacolo di un enorme casinò dei mercati finanziari in mano a speculatori in grado di decidere il destino di interi popoli.

Poi inaspettatamente accade. Come una trama ordita in modo sommerso, finisce per emergere un tipo di  umanità  capace  di  andare  oltre l’indignazione.  L’esempio  lo  offrono  quei  baristi  che, ultimo anello debole di un sistema sbagliato, si ribellano alla  «banalità  del  male». Nessuna  legge  formale  li  obbliga, anzi sarebbero incentivati dallo Stato  ad  ampliare  l’offerta  dei  giochi d’azzardo,  ma  decidono  di  rifiutare un  sicuro  guadagno  a  partire  dallo sguardo sul volto dei loro avventori che si rovinano la vita al gioco «legale, pulito, sicuro». Saranno  destinati  a  soccombere davanti  alla  concorrenza?  Oppure esiste un modo diverso di concepire la  vita  e  dunque  il  mercato?  Come ha  intuito  Italo  Calvino  ne  Le  città invisibili, si può «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio».

Lo si può prendere come un atto insignificante,  eppure  il  gesto  pubblico promosso dal movimento Slot Mob, di andare in massa a consumare la colazione presso uno dei «bar deslottizzati», mira a riconoscere e dare spazio a chi, con la sua scelta di libertà, rigenera il tessuto comunitario.

Lanciata in pieno agosto, con l’aggiunta di sostenere un gioco relazionale “buono” come il calciobalilla, la proposta riceve continue adesioni da decine di realtà molto eterogenee tra loro tanto da comporre un coro più che una rete. Slot Mob riconosce e promuove ciò che già esiste come, ad esempio, il grande lavoro del quotidiano Avvenire e del Gruppo editoriale Vita (rete No Slot), o la citata campagna “Mettiamoci in gioco” che coinvolge grandi realtà del mondo associativo e sindacale.  

Dove  arriverà? 

La  strategia  del “voto  con  il  portafoglio”  (premiare con  il  consumo  critico  chi  opera  in modo giusto) mostra uno degli aspetti di quell’economia civile che vede studiosi come Luigino Bruni e Leonardo Becchetti andare in giro per un Paese reale ricco di “beni relazionali”. Come dimostra la città di Biella che ha aperto il ciclo di eventi di Slot Mob: convegno, teatro, documentari, coinvolgimento  diretto  delle  scuole superiori, torneo di calcio, concerto e molto altro per premiare il bar Freedom.  Fa da  referente Daniele Albanese, 30 anni, che lavora nel mondo della cooperazione, è tra i soci attivi di Banca Etica, impegnato con la Caritas e con il gruppo di acquisto solidale. Con una laurea specialistica in Economia dello sviluppo e un secondo figlio  appena arrivato, dimostra che l’azione responsabile non è qualcosa che si aggiunge alla  vita  reale ma ne è l’espressione compiuta.

Così il giorno dopo a Milano dove si sono mosse grandi realtà consolidate come la Casa della carità di don Virginio Colmegna e a Teramo, dove tutto è partito da gruppi informali. Seguirà ad ottobre il 5 a Monza e il 19 a Cagliari per espandersi in  tutta  Italia. Quando a LoppianoLab, Gabriele Mandolesi del gruppo Economia  e  felicità,  giovanissimo (28  anni) commercialista  romano, ha spiegato la motivazione e il progetto  che  muove  Slot  Mob, non  è riuscito  a  scendere dal  palco per la folla che si è messa in fila per sapere come fare a partecipare. Certo, non basterà  «una  giornata  spesa  bene» per  rispondere  all’obiezione  di  chi mette davanti i miliardi sicuri dello “Stato  biscazziere”  alla  costruzione di una società più umana. Slot Mob ha già cominciato a lavorare, grazie al  Movimento politico per  l’unità, con il gruppo interparlamentare contro  l’azzardo.  Ma c’è  da  cambiare qualcosa di più di una legge. 

Aggiornamenti, dossier e interviste su www.cittanuova.it.

Sito di riferimento dell’iniziativa www.nexteconomia.org/slots-mob 

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