L'economista Bruni contro le slot

«Io faccio lo sciopero del caffè»

di Marta Todeschini

pubblicato su L'Eco di Bergamo.it il 02/06/2013

Slot machine«Protestiamo e facciamolo bene: il gioco d'azzardo è lo scandalo di questo nostro terzo millennio». Luigino Bruni non è certo l'uomo del bisbiglio. E per mettere in chiaro che «oggi chi ama i poveri deve combattere anche la dipendenza da gioco, come le slot machine», tira in ballo scioperi e sit-in. Entri in un bar per un caffè e noti le macchinette? Dietrofront, non prima di una vibrante protesta.

Bruni, professore ordinario di Politica economica all'università Lumsa di Roma, lo fa da tempo. Gli è anche capitato di dare forfait a una conferenza: «Ero stato invitato in un circolo Acli. In fondo alla sala ho notato le macchinette: l'unica cosa che ho detto è stato il mio sdegno».

 

 Professor Bruni, perché un economista si occupa di slot machine e affini?

«Penso che chi fa l'economista debba anche occuparsi della vita della gente, essere un osservatore sociale. Tanto più io che ho anche un impegno nel campo dell'economia cooperativa, sociale, di comunione (Bruni è coordinatore della commissione internazionale dell'Economia di comunione, modello alternativo di economia etica nato negli anni Novanta all'interno del movimento dei focolari fondato da Chiara Lubich, ndr). Oggi una forma di povertà molto grave è la dipendenza dal gioco. In secondo luogo mi occupo di gioco come cittadino, perché sono molto sdegnato da questo fenomeno antico e nuovo oggi diventato un'epidemia, un peccato sociale, un meccanismo per far fare cassa allo Stato. Quindi vedo una responsabilità civile e anche intellettuale nei confronti del gioco d'azzardo».

In questa sua posizione si sente supportato, oppure la sua è una voce che grida nel deserto?

«Scrivo per Avvenire che, come voi, da tempo promuove una campagna molto forte contro il gioco d'azzardo. Parlando invece di istituzioni, sono molto rattristato da come anche gli attuali governi che avrebbero dovuto avere una sensibilità particolare, anche per tematiche evidentemente sbagliate, in realtà non abbiano fatto molto. Non vedo molti segnali».

Su cosa dovrebbe intervenire il legislatore, per prima cosa?

«La cosa più grave è la proliferazione di sale giochi e vlt, che sono luoghi disumani. Chiediamoci: queste licenze chi le dà? Dietro a tutto ciò spesso c'è la criminalità organizzata, il denaro sporco riciclato, cose ben note. Lì può far molto la legge, l'autorità pubblica: può dire semplicemente stop alla concessione di queste licenze».
Invece Comuni e questure interpellati da comitati di cittadini che si oppongono all'apertura di nuove sale giochi rispondono di avere le mani legate.
«Qui bisogna lavorare molto a livello di opinione pubblica. Fare molto di più, fare scioperi». Come quello del caffè, che lei ha lanciato? «Non solo non prendo il caffè nei bar che hanno al loro interno le slot, ma parlo, dico e protesto. Questo è molto importante: se spiego pubblicamente, dò un segnale di maggiore attenzione, metto in luce il comportamento. È quello che si chiama l'altruismo strategico, il rimprovero a proprie spese».

Ne è sempre uscito illeso?

«No, non va sempre bene, a volte si arrabbiano, ma va benissimo così. Quando vado a comprare il giornale e vedo questa teoria di gratta e vinci che ti impedisce quasi di vedere il giornalaio, io dico: non compro il giornale e mi vergogno che ci siano dei luoghi così. Una volta passai in un autogrill sulla Firenze-Roma, e la cassiera mi chiese se volevo un gratta e vinci. "Per cortesia, non mi faccia queste domande. Io volevo un cappuccino" le risposi. Dopo tre mesi ripassai e la cassiera mi riconobbe: "Lei è il signore dell'altra volta". Questo significa che un rimprovero civile, orizzontale, non fatto dal carabiniere, ma dal cittadino che non ha niente da guadagnare, fatto per il bene comune, colpisce la gente che se lo ricorda. In fondo la cultura si fa anche in questo modo».

Una cultura di comunione come quella che la vede in prima linea.

«La cultura di comunione è l'opposto della cultura dell'egoismo, molto importante oggi in un'epoca di mancanza di legami sociali. Ci sono dei comportamenti che sono evidentemente sbagliati e non vanno regolamentati: vanno semplicemente eliminati. Non diciamo regolamentiamo l'omicidio o il furto. Una civiltà dice no a queste cose».

Sistema gioco Italia ha ribadito proprio l'altro giorno che occorre puntare a un'offerta di gioco in locali identificati e riconoscibili.

«È come dire: facciamo le case chiuse per le prostitute. Credo che la civiltà abbia il diritto di dire: non vogliamo che la gente si rovini col gioco. Ci sarà il gioco clandestino? Benissimo, lo combatteremo. Non funziona il discorso: siccome esiste, va regolamentato. Il gioco d'azzardo crea povertà: va eliminato. Poi c'è un altro livello su cui lavorare».

Quale?

«Oltre al livello legale, penso a quello dei gestori di bar e circoli. Da una parte dobbiamo protestare, chiedere di togliere le slot, ma chi le toglie dovrebbe poi essere premiato dalla società civile con delle forme di marchio etico».

Come la vetrofania creata dal nostro giornale, di cui tanti vanno fieri?

«Ci vogliono operazioni come questa, premi civili. Penso anche, a volte, a premi monetari, forme di compensazione a chi decide di togliere le macchinette, grazie ai soldi recuperati dalle mafie. Ma se non vogliamo dare dei soldi, facciamo almeno degli incentivi fiscali. Si può far molto, purché ci siano i due bracci, quello politico e quello civile che dal basso punisce col biasimo».

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