Imprenditori e lavoratori hanno offerto tempo, professionalità e risorse per far nascere nuove imprese. È una prima risposta agli appelli di papa Francesco per un’economia che non dimentichi i poveri

di Alberto Ferrucci

dal Rapporto EdC 2014-2015, su "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.42 Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.2 - 2016 - febbraio 2016

N42 Pag 03 Alberto Ferrucci AutoreL’Economia di Comunione ha raggiunto il traguardo dei 25 anni. Essa per la verità nasce nel 1943, da una intuizione di Chiara Lubich giovinetta colta dal Vangelo mentre era nei rifugi sotto i bombardamenti: poteva rispondere all’immenso amore di Dio per lei, nel tempo forse breve di vita che le rimaneva, riversando il suo amore verso quanti aveva attorno, terrorizzati ed insicuri, in particolare i più deboli, i sofferenti e i soli.

Anche oggi purtroppo vi sono persone terrorizzate dalle bombe: l’eco del loro strazio ci giunge dai media – nelle parole di chi è fuggito dopo aver perso tutto – e dalle spiagge disseminate di corpi abbandonati di adulti e bambini a cui è stata rubata anzitempo la vita.

Laddove per calcoli politici ed economici (da cui nessuno può chiamarsi fuori) è evaporato lo stato di diritto, torna la barbarie dei secoli passati, vissuta però con le armi del presente, quelle che dissuadono gli stati moderni dal riparare i danni fatti, perché non si vuole più rischiare la vita per altri popoli: una situazione senza sbocco in cui solo pochi incoscienti vorrebbero stare al posto di chi governa.

Come Chiara nel ’43 e poi nel ’91 con l’EdC, possiamo oggi passare al mondo il talento della comunione, l’unica che costruisce una vera pace? Un talento che ci è stato affidato per il mondo, non per tenercelo stretto. Disponiamo solo di pochi pani e pesci, cioè la N42 Pag 03 Editoriale Imprenditori Edcnostra esperienza di “comunione” in azienda, in economia e in politica, aperta a chi soffre per le povertà più diverse: cibo, vesti, casa, sicurezza, fiducia, speranza, autostima e soprattutto lavoro. Una esperienza aperta attorno a noi e con chi, anche se lontano, viene reso vicino dai nostri amici che sono in trincea, laddove più si soffre.

Con le nostre scuole, i nuovi progetti 1+1, la rete di incubatori, le associazioni nazionali e i progetti produttivi già attivi grazie agli utili delle aziende (in crescita anche se una parte di esse dopo 25 anni ha cessato l’attività), vogliamo superare l’emergenza e guardare lontano, piantando semi di comunione che inevitabilmente cresceranno.

Vogliamo farlo sia formando chi è alla ricerca di una strada, sia affiancando chi pensa di averla già individuata, in modo da rendere concrete e sostenibili le attività di lavoro che hanno ideato. Possiamo agire in modo da rafforzare in loro l’autostima, facendo crescere la fiducia nel futuro, in modo che nasca in loro il desiderio di restituire, appena possibile, ad altri l’aiuto che hanno ricevuto.

Si dirà che solo gli eserciti possono ribaltare le situazioni: oggi i soldati di Paesi pacifici aiutano ad evitare guerre cruente in Iraq, in Libano, in Kossovo, in Mali, in Sudan e altrove, ma non sono sufficienti a innescare una vera pace e forse non basta versare imposte per finanziare eserciti che impediscano i conflitti cruenti.

E neppure basta attendere che qualcuno ci dica cosa fare: come dice papa Francesco, tocca a me, “periferia”, accorgermi delle necessità di chi mi sta accanto e come Chiara nel ‘43 agire, chiedendo al socio nascosto, l’Onnipotente, il discernimento su come costruire la pace facendo fruttare il talento della “comunione”.

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