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Perché siamo fondati sul lavoro

Secondo l’economista Luigino Bruni, che ne parla in un libro di Vita e Pensiero, lavorare è il modo in cui «diciamo chi siamo». Ma oggi la cultura del denaro e dell’incentivo uccide le motivazioni delle persone e crea una nuova schiavitù

di Anna Rosa Carta

pubblicato su: Cattolica News il 02/07/2014

Fondati-sul-lavoro rid-medRendere omaggio alla Costituzione italiana e ribadire che è attraverso il lavoro che «diciamo chi siamo e cosa facciamo». Spiega così l’economista Luigino Bruni (nella foto) la scelta di intitolare il suo libro pubblicato recentemente con Vita e Pensiero: Fondati sul lavoro. «Il titolo - spiega il professore marchigiano - si rifà ovviamente alla Carta costituzionale italiana, una benedizione nata dalla grande ferita del fascismo, che nell’articolo ha l’incipit più bello di tutte le carte costituzionali. Ma vuole anche dire chi non lavora si priva di una delle esperienze etiche e spirituali più vere della vita: del resto, la perdita del lavoro comporta non solo una perdita di stipendio ma anche una perdita di umanità. Nel mio libro sottolineo come sia importante e necessario per la società che ogni persona possa esprimersi lavorando, possibilmente secondo il suo daimon, la sua vocazione».

 Ma quando è davvero umano il lavoro?

Quando si svolge “con e per qualcun altro”. Lavorare “per”, con gratuità, può essere visto come la condizione per poter parlare di lavoro dalla prospettiva che adotto nel mio libro. Se l’attività lavorativa è un’attività umana e se l’umano è davvero tale quando è relazione, allora lavoriamo davvero quando il destinatario della nostra attività è qualcun altro. Detto in modo ancora più esplicito, lavoriamo veramente quando la nostra attività è espressione di gratuità. Potremmo dire che si lavora veramente quando si lavora per amore.

Lavorare bene significa quindi esercitare al meglio il proprio ruolo professionale, con amore appunto, a prescindere dalle condizioni, anche negative, in cui ci si ritrova.

Nel libro cito un famoso passo tratto dalle memorie di Primo Levi: «Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». Mi piace molto perché è tanto paradossale da risultare immediatamente comprensibile rispetto al significato autentico del lavoro.

Cosa dice al nostro tempo?

La cultura economica capitalistica dominante, con la sua teoria e prassi economica, opera una rivoluzione silenziosa di portata epocale: il denaro è diventato il principale o unico “perché” del lavorare, la motivazione dell’impegno nel lavoro, della sua qualità e quantità. Questa cultura dell’incentivo si estende sempre più anche ad ambiti tradizionalmente non economici, come la sanità e la scuola, dove è divenuto normale pensare che un insegnante o un medico si comportano da buoni lavoratori solo se e solo in quanto adeguatamente remunerati e controllati.

Con quali conseguenze?

Questa antropologia produce il triste risultato di riavvicinare sempre più il lavoro umano alla servitù, perché chi paga non compra solo le prestazioni, ma anche le motivazioni delle persone e quindi la loro libertà. Ogni riforma istituzionale e legislativa del lavoro e ogni rilancio dell’occupazione non possono che ripartire da una nuova fiducia nelle risorse morali e spirituali del lavoratore, che quando lavora bene prima di obbedire a incentivi e manager obbedisce a se stesso.

A proposito di rilancio dell’occupazione, cosa pensa della grave crisi che colpisce il mondo giovanile compresi gli studenti che escono dalle università?

Troppi giovani sono logorati da anni di “nonlavoro”, da un ozio non scelto e non meritato, da un lavoro sbagliato, imposto da quelle grandi imprese che li assumono, li usano, li spremono, non dando loro il tempo di crescere bene. Oltre a essere una sofferenza per il giovane, è anche un grave fallimento per un sistema-Paese che, non apprezzando le nuove generazioni, sperpera la sua ricchezza più grande. I giovani invece hanno bisogno di fiducia, soprattutto in questo tempo di crisi di cui subiscono più di tutti le conseguenze. E il primo atto di fiducia è sicuramente donare loro del tempo, qualche anno di lavoro continuativo, per poter coltivare la sua vocazione lavorativa e imparare un mestiere.

Quanto conta oggi il merito nella ricerca di un impiego?

Il discorso sul merito è piuttosto complesso. Ci sarebbe bisogno di una ridiscussione pubblica su cosa sia dal momento che la crisi economica è il risultato non solo del demerito, ma anche, e soprattutto, di assunzioni di troppi manager scelti per i soli meriti misurati da master e PhD, rivelatisi però demeritevoli in relazioni, etica, umanità. Oggi le imprese non soffrono e chiudono solo per mancanza di fatturato e di capitali finanziari, ma anche per l’incapacità di costruire relazioni e legami personali. Il “capitale umano” è la prima risorsa di ogni impresa.

Nel libro scrive: «Un lavoro che arriva tardi, e che è troppo spesso insicuro, precario e fragile, non fa altro che alimentare e prolungare la giovinezza oltre i suoi orizzonti biologici, snaturandola».

Quali sono le soluzioni per uscire da tale “trappola di povertà”? Per cominciare, ci sarebbero da scardinare tre visioni culturali oggi consolidate. Innanzitutto un vizio culturale molto radicato è considerare il lavoro manuale come lavoro di minore dignità rispetto a quello intellettuale, qualcosa che si addice ai servi o magari agli schiavi.

Il secondo?

La convinzione che quando un giovane sceglie di intraprendere un indirizzo di studio dovrebbe chiedersi di che cosa ha bisogno il mercato del lavoro, e quindi scegliere di conseguenza. La probabilità che esista una correlazione tra la scelta che faccio oggi di un piano di studi universitari e il lavoro che dovrei fare tra cinque o sette anni è sempre più bassa: non solo perché in quel lasso di tempo cambia velocemente il mondo, ma perché cambio troppo velocemente anch’io. Non si può scegliere di intraprendere una professione soltanto, o soprattutto, perché il mercato tra qualche anno avrà forse bisogno di qualcosa. La ricerca della propria vocazione nella vita e nel lavoro è la più importante dell’intera esistenza.

E il terzo cambiamento culturale?

È legato al secondo e riguarda il rapporto che dobbiamo imparare ad avere con gli studi e con i titoli. In questa età di crisi, mi sento di consigliare a un neodiplomato o laureato di considerare quanto studiato come un investimento, ma di non farlo diventare una pretesa per accettare solo lavori che si considerano adeguati. Se si riesce a trovare subito il lavoro che si sente come proprio e per cui si ha studiato, bene; ma se non lo si trova subito, bisogna accettare qualsiasi lavoro che sia utile alla società e a che sia remunerato. Tuttavia mentre si lavora con serietà e impegno non si deve smettere mai di coltivare le proprie speranze e i sogni.

 

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