Visione sulla Povertà

Motivo primo della nascita e dell’esistenza dell’Economia di Comunione è la povertà: l’EdC nasce infatti come tentativo di risposta agli stridenti contrasti economici e alle disuguaglianze che caratterizzano la società contemporanea, con l’obiettivo di renderla più equa e fraterna.

L’EdC non intende eliminare la povertà tout court, ma piuttosto contrastare la “miseria”, parola che descrive la forma di povertà “subita” ancora da milioni di persone nel mondo, attraverso la valorizzazione di un’altra forma di povertà, quella “scelta” da imprenditori, consumatori, cittadini… che decidono di rinunciare a qualcosa di proprio, usare i beni sobriamente, sceglierli responsabilmente, nell’idea che “i beni […] diventano […] strade di felicità solo se condivisi con gli altri” (Bruni 2004)

In questa prospettiva la miseria, derivante dalla mancanza di beni materiali, e la possibilità di una sua risoluzione sono strettamente connesse alla promozione di una serie di altre condizioni (l’istruzione, la salute, il lavoro, una casa…) che permettono ad un essere umano di “fiorire”.

Tra queste condizioni spicca in modo particolare la qualità delle relazioni che si vivono: le relazioni nella visione dell’EdC sono infatti intese come un capitale fondamentale per lo sviluppo umano.

Questa idea implica anche un modo originale di intendere le strategie di contrasto della miseria, attuate nei progetti che l’EdC sostiene e promuove: esse sono disegnate in modo da evitare l’instaurarsi di forme di aiuto asimmetriche, -come spesso nella storia è avvenuto- nelle quali c’è qualcuno, che ha, che dà a qualcuno che non ha, rimarcando uno stato di inferiorità e alimentando spesso dinamiche di dipendenza.

Le strategie di contrasto alla povertà attuate dall’EdC cercano piuttosto di valorizzare dinamiche di reciprocità, dove ognuno può offrire la ricchezza di cui è portatore, ponendo tutti su uno stesso piano di pari dignità: fratelli, membri di una stessa famiglia.

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Alle radici della logica dello scarto

L’economia della relazione non rende estraneo nessuno. Un osservatorio internazionale per far emergere dal modello EdC l’azione sulle cause strutturali dell’ingiustizia sociale.

di Carlo Cefaloni

pubblicato su  Città Nuova il 7/04/2017

170407 CN Opla ridÈ stato intitolato alla memoria di Leo Andringa, economista olandese tra i pionieri dell’Economia di Comunione (EdC), l’Osservatorio sulla povertà (Opla), un centro di ricerca internazionale mirato a far emergere la peculiarità degli effetti dell’EdC nel contrasto alla radice la creazione di povertà e diseguaglianze. Una pretesa ardita nei confronti di un dibattito molto accesso tra studiosi, movimenti e associazioni sulle contrastanti soluzioni proposte per contrastare le diseguaglianze inaccettabili.

Abbiamo parlato degli obiettivi e dell’originalità di questo “Osservatorio sulla povertà Leo Andringa”, con la direttrice operativa, Licia Paglione, e il coordinatore scientifico, Luca Crivelli, professore di economia presso l’Università della Svizzera italiana.

A quale domanda risponde la creazione di questo Osservatorio? Quale è il suo bacino di osservazione?

Opla risponde alla necessità di analizzare i risultati delle azioni realizzate a livello mondiale nell’ambito del sistema EdC per contrastare la povertà, in un’ottica “integrale”, cioè rispetto alla globalità della persona, e “relazionale”, cioè dando particolare attenzione ai loro esiti in termini di qualità delle relazioni che generano o rafforzano.Questa attenzione deriva dall’intento di porre il lavoro di Opla in linea e in dialogo con il più recente dibattito scientifico, ma anche politico ed economico sul tema, che mette in luce il valore delle relazioni non solo in quanto “canali” utili a raggiungere beni essenziali per lo sviluppo umano, ma anche come componenti in sé fondamentali per una piena “fioritura umana”. Ma questa attenzione nasce anche dal fatto che il valore delle relazioni è caratteristica tipica della visione culturale in cui l’EdC è radicata.

La relazione come primo utile da condividere?

Teniamo presente che la parola “comunione” nell’EdC infatti si riferisce non solo alla dimensione economico-materiale della povertà e dello sviluppo, dimensione su cui si agisce grazie alla condivisione di utili da parte di imprese che permettono di sostenere progetti di sviluppo, ma rimanda anche e soprattutto alla dimensione relazionale, alla qualità dei rapporti che anche le azioni di contrasto alla povertà generano, qualità per la quale è fondamentale l’attivazione della capacità di dare di ciascuno, anche di chi si trova in uno stato di povertà, e con essa la creazione di “reciprocità”.

In che tempi dovrebbero emergere le prime evidenze del vostro lavoro?

Entro un anno avremo realizzato i primi studi di caso, che già forniranno alcune indicazioni di percorsi di uscita dalla povertà caratterizzati dalla specifica visione culturale dell’Osservatorio centrata sul valore delle relazioni.

Con riferimento al recente discorso di papa Francesco all’Edc, il modello che studiate interviene  solo per integrare i poveri  oppure ci sono elementi tali da incidere sulle cause strutturali delle diseguaglianze?

Il modello EdC agisce sia per integrare coloro che vivono l'”emergenza povertà” presente a livello globale, sia sulle cause strutturali delle disuguaglianze. Il primo aspetto si realizza attraverso l’azione diretta di contrasto alla povertà, progetti di sviluppo che, ad esempio, nell’ultimo anno hanno permesso la creazione di 250 possibilità di lavoro, sostenuto oltre 495 famiglie e 190 giovani nello studio. L’azione sulle strutture inique comincia dall’attenzione alla cultura e in particolare al cambiamento culturale degli attori economici, nella convinzione che le strutture possono essere modificate grazie a loro, ad un loro agire diverso.

Ma non è un percorso troppo lungo da compiere per produrre effetto?

Certo questo processo richiede tempo e sarà incisivo a livello strutturale solo negli anni, ma già sta mostrando alcuni esiti, visibili ad esempio nel consolidamento di buone prassi che tante imprese, pur restando inserite nel sistema capitalistico, adottano per valorizzare dimensioni non solo economiche o meglio economicistiche del loro operato. In questo senso dunque si può dire che la cultura nata nell’alveo dell’EdC sta già incidendo sulle cause delle disuguaglianze contaminando e modificando la struttura fondamentale del sistema capitalista e cioè l’impresa.

Esiste quindi un’attenzione particolare alla realtà delle società occidentali messe in crisi dall’attuale fase della globalizzazione?

Possiamo dire che l’EdC rappresenta in sé un bozzetto di un modello di organizzazione di questo sistema innovativo ed efficace, soprattutto nell’attuale fase della globalizzazione, rispetto alla cause strutturali delle disuguaglianze. L’EdC evita a monte la creazione di “scarti”, prevedendo il superamento della tradizionale “logica dei due tempi”, come la definisce l’economista Zamagni, secondo cui prima il mercato produce, seguendo criteri di efficienza e senza preoccuparsi se in questo processo sono generati molti “scarti”, e poi il pubblico redistribuisce secondo criteri di equità, per riparare agli “scarti” prodotti dal mercato. L’EdC rappresenta, quindi, un modello economico diverso in cui, fin dall’inizio, questi due momenti, produzione e redistribuzione della ricchezza, ricerca di efficienza e attenzione all’equità, sono unificati: gli “scarti” anzi, i poveri, sono, assieme agli altri, “motori” stessi del sistema.

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