Rassegna stampa

La persona al primo posto

Il problema occupazionale si è imposto con forza anche nell’ultimo Angelus del papa. Cosa proporre per reagire alla crisi? Tre domande a Alberto Ferrucci, direttore di EdC online.

di Chiara Andreola

pubblicato su cittanuova.it il 1/02/2010

Alberto_FerrucciLa questione del lavoro continua ad essere al centro del panorama politico, economico e sociale italiano: nomi come Eutelia, Fiat e Alcoa da tempo compaiono nei titoli delle prime pagine dei giornali, tristi testimoni di un più vasto problema occupazionale. Anche il papa, nell’Angelus di domenica 31 gennaio, ha preso la questione di petto, facendo esplicito riferimento agli operai delle aziende in questione presenti in piazza San Pietro.

Richiamando tutti al «senso di responsabilità» davanti alla crisi, si è associato al recente richiamo della Cei per la garanzia di un lavoro adeguato al sostentamento delle famiglie. Richiamo che arriva proprio all’indomani della pubblicazione dei dati sulla disoccupazione di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea: percentuali in salita in tutta Europa, con punte del 22,8 per cento il Lituania e del 19,5 per centro nella stessa Spagna dipinta fino a poco tempo fa come la terra del nuovo miracolo economico. Come interpretare questi dati, e cosa proporre di fronte ad un quadro così fosco? Ne parliamo con Alberto Ferrucci, direttore responsabile di EdC Online – Notiziario dell’Economia di Comunione. 

Secondo i dati pubblicati venerdì da Eurostat, il tasso di disoccupazione in Italia è più basso della media europea (8,5 per cento contro 10 per cento). Tuttavia quello dei giovani sotto i 25 anni è tre volte più alto (26 per cento), mentre quello europeo è il doppio (20 per cento). Come spiegare questa particolare difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro?

«La differenza non è moltissima, ed è difficile individuare elementi diretti per spiegarlo: una motivazione potrebbe essere il  minore sostegno pubblico alla ricerca, che di solito viene affidata ai giovani. Anche la maggiore protezione rispetto alla media europea offerta ai figli dalle famiglie italiane può indurre ad una minore mobilità della mano d'opera giovanile. Bisogna poi tener conto della bassa propensione dei giovani italiani ad accettare lavori diversi da quelli per cui si erano preparati, lavori che vengono lasciati agli immigrati». 

Sempre secondo Eurostat, l'attuale crisi ha portato ad un livellamento  del tasso di disoccupazione maschile e di quello femminile: le donne hanno "resistito meglio"? Perché?

«Questo può essere dovuto al fatto che la crisi ha colpito in particolare il settore manifatturiero, dove la percentuale dei lavoratori uomini è di solito maggiore di quella femminile».

Da più parti - sindacati, Chiesa, associazioni - si sollecita una radicale revisione delle politiche del lavoro e delle strategie di sviluppo: che contributo può dare la visione dell'Economia di Comunione?

«L'EdC mette al primo posto la persona, e dà una grande importanza al fatto che tutti siano messi in condizione di lavorare. Noi proponiamo di orientare l'azione della politica nel settore fiscale: oggi lo Stato affida una parte rilevante dell'esercizio della fiscalità alle imprese incaricandole di versare le imposte per conto dei loro dipendenti, che attualmente ricevono solo la metà di quanto versa l'impresa. Questa viene tassata tramite l'Irap non solo su quanto guadagna, ma anche su quanto spende per il lavoro: una vera assurdità. Nel contempo l’evasione fiscale dei lavoratori autonomi e dei professionisti non è adeguatamente combattuta, e l’imposizione sui redditi finanziari è ridotta al 12,5 per cento sugli utili. Questa situazione può essere modificata senza ridurre le entrate dello Stato con opportune leggi per incentivare il lavoro: penso a quella proposta nel 1993 al Parlamento dal Centro Studi Giorgio La Pira di Genova, e sottoscritta da deputati dei partiti più diversi. Proponeva la totale defiscalizzazione del lavoro per tutti i nuovi assunti da aziende e privati, anche a tempo parziale. Il provvedimento non avrebbe avuto un impatto negativo sulle entrate dello Stato, e quindi non richiedeva un finanziamento specifico». 

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