Prospettiva 2031: più innovazione e creatività

Prospettiva 2031: più innovazione e creatività

di Luigino Bruni

 da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.33 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.13/14 - 2011 - luglio 2011

110528_Ginetta_BruniQuali le sfide che ci dobbiamo affrontare e vincere se vogliamo che tra venti anni (e più) l’EdC sia viva e fedele alla sua vocazione?
Una prima sfida riguarda le imprese EdC. In questi venti anni stiamo capendo, anche con tanti errori, che il principale contributo che l'EdC offre per alleviare l'estrema povertà e così costruire un’economia e un mondo di comunione, non è primariamente la redistribuzione della ricchezza (prendere denaro e risorse dai “ricchi” per darli ai “poveri”) ma la creazione di nuova ricchezza, includendo nel processo le persone in difficoltà e svantaggiate: si creano nuove “torte” non si ritagliano diversamente soltanto le "fette" di una torta data e creata in un primo momento.

Se, infatti, chi riceve i benefici della ricchezza creata non partecipa da subito, e in qualche modo visibile e concreto, al processo produttivo, è molto difficile che l’aiuto non sia paternalistico e assistenzialistico. Quando Chiara lanciò in Brasile l’EdC disse: “dobbiamo dar vita a nuove imprese”, e non “dobbiamo convertire i nostri imprenditori perché siano più generosi e diano di più”.

L’EdC è dunque soprattutto una proposta produttiva non ridistributiva, sebbene i due aspetti non si escludano l’un l’altro, poiché l’EdC ridistribuisce ricchezza innanzitutto creandola diversamente, in modo inclusivo, sostenibile, fraterno, equo, dove si cerca un’autentica partecipazione anche dei dipendenti alla gestione dell’impresa.

Il primato della creazione di ricchezza sulla sua ridistribuzione è una sfida ancora da prendere sul serio e sviluppare, perché in questi venti anni si è sottolineato molto, e a ragione (perché co-essenziale), il dare dell’imprenditore, molti dei quali hanno dato, molto, rischiando senza garanzie, dando anche quando la prudenza negli affari avrebbe suggerito di accumulare riserve.

Ma a volte questo dare è stato troppo semplicisticamente e riduttivamente declinato come “dare denaro”, e meno come “dare e creare opportunità, creatività, talenti, posti di lavoro …”, dimenticandoci così che il primo dono dell’imprenditore è mettere in gioco la sua vocazione imprenditoriale, che è un talento di soluzione di problemi, di creazione di cose nuove, di innovazione, di capacità di cambiare il mondo in cui opera e non darlo per dato.

Questo è un primo aspetto e una frontiera importante per i prossimi anni, rilanciare cioè una nuova stagione di entusiasmo, di creatività, di nuove idee, di nuove imprese e nuovi progetti, per mettere gli imprenditori, vecchi e nuovi, e magari più assieme e più a rete, al loro posto di “costruttori” e innovatori, e non quello di generosi filantropi. Il primo dono è sempre il dono della vita, e l’imprenditore di comunione dona la vita anche e soprattutto innovando e creando, fraternamente, nuove realtà e opportunità con e per gli altri.

C’è poi un secondo passaggio da fare. Perché questa nuova stagione di lancio, di creatività e di entusiasmo possa diventare concreta, l’EdC ha un bisogno vitale di un rapporto diretto e vitale con i volti reali e concreti della povertà. Lo abbiamo visto in questi anni: le esperienze più forti e profetiche sono quelle che nascono da chi vive in contesti dove la povertà è ben visibile, e cerca con la creatività dell’agape e della comunione nuove soluzioni. Se manca un contatto diretto con le povertà, nei protagonisti delle imprese EdC non è più chiaro con il passare degli anni il senso profondo di quanto fanno. Non può essere sufficiente raccogliere denaro in Europa, negli USA o nelle zone più ricche dei nostri Paesi per poi usarlo in altre parti del mondo.

Una metafora che può aiutare a cogliere questa nuova fase è quella del seme e dell’albero: se il seme non muore rimane solo; se muore, salva il suo DNA, e può diventare albero. La prima fase dell’EdC, quel progetto di quasi 800 imprese, che raccolgono alcune centinaia di migliaia di euro annui per destinarli ai progetti rivolti essenzialmente agli indigenti del Movimento dei Focolari, deve necessariamente evolvere, trasformarsi, "morire" (evangelicamente) in altro, che poi significa diventare ciò che scritto nel suo codice genetico, ciò che è realmente: una via offerta potenzialmente per tutti, per contribuire a “sciogliere” le corone di spine non di un Movimento ma del mondo.

La grande attrattiva del tempo moderno. Esiste uno scritto di Chiara (qui a fianco) che è anche una magna carta dell’EdC di oggi e, ancor più, dei prossimi anni. L’EdC, per diventare ciò che già è, dovrà allora sempre più “perdersi nella folla, per informarla del divino, come s'inzuppa un frusto di pane nel vino”. Perdersi nella folla, scomparire, quasi morire, per informare dal di dentro la società e l’economia. Ma c’è un altro di più che ci attende: “Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull'umanità, segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo l'onta, la fame, le percosse, le brevi gioie”. Qui si intravvede un compito di luce, di visione, saper indicare il senso della storia, i segni dei tempi, essere fari e luce per tanti: l’EdC è stata, già e non ancora, anche questo, quando viene stimata perché in essa si vede una prospettiva, che è un dono per tutti. Ma “nel contempo”, condividere con l’uomo del nostro tempo le sofferenze, la fame, le percosse e le gioie. La fame e le gioie di tutti, della nostra gente, che anela e attende, magari senza saperlo, una economia di comunione.

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