Sviluppo e povertà dalla prospettiva africana

Sviluppo e povertà dalla prospettiva africana

di Paolo Lòriga

da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.33 - Inserto redazionale allegato a Città Nuova n.13/14 - 2011 - luglio 2011

PaoloLorigaLa lezione, anche questa volta, è giunta dall’Africa. In modo sommesso, naturalmente, ma che lascia sempre noi occidentali sbigottiti e imbarazzati perché vengono relativizzati categorie culturali e concetti ritenuti definitivi e condivisi. Ad esempio, sviluppo e povertà. E proprio su questi due temi ha preso la parola una donna, Genevieve Sanze, esperta di economia della Repubblica Centrafricana. Ella ha offerto un apprezzato contributo alla ricca riflessione che si è sviluppata nel corso dell’Assemblea internazionale dell’Economia di Comunione, svoltasi nella Mariapoli Ginetta, alle porte di San Paolo, dal 25 al 28 maggio scorso.

«La distinzione ereditata dall’opposizione tra i termini “civilizzato” e “non civilizzato” si è basata sul presupposto dell’Occidente come modello di riferimento », ha esordito la prof.ssa Sanze, indicando subito uno dei peccati originali dell’approccio culturale al fenomeno della povertà. Da allora, la teoria del sottosviluppo ha conosciuto un grande successo e gli stessi Paesi sottosviluppati hanno aderito a una tale visione, richiedendo di conseguenza i mezzi per potersi sviluppare.

Come è andata, lo sappiamo. Ma è istruttiva la lettura proposta dalla signora centrafricana. «Oggi, nel 2011 la realtà è certamente meno felice del previsto ed è indispensabile ripensare l’idea di sviluppo,  utilizzando categorie più sofisticate e antropologicamente più complesse rispetto a uno sviluppo e a un sottosviluppo misurati principalmente sull’asse delle risorse economiche». Gli effetti sono evidenti: saccheggio delle ricchezze, aumento della povertà, crescita della disoccupazione, sfruttamento  dell’ambiente, mentre continua il dominio dei forti sui deboli.

La docente ha invitato perciò a liberarsi dagli ancoraggi culturali sino ad ora considerati indispensabili in economia e a cercare una nuova comprensione dei concetti di “povertà” e di “sviluppo”. L’Economia di Comunione, secondo lei, può offrire sia un’innovativa chiave interpretativa, sia prospettive risolutive adeguate alle popolazioni del continente africano.

«Non si può uscire dalla piaga dell’indigenza solo con il denaro, né solo con la redistribuzione della ricchezza o la costruzione di beni pubblici (dalle scuole alle strade) e nemmeno intensificando le relazioni commerciali tra Nord e Sud del mondo. Certamente, tutto questo è necessario ma non sufficiente», ha affermato, senza fare sconti a nessuno.

Quello di cui c’è urgente bisogno sono «relazioni autentiche e profonde tra persone diverse ma uguali, ciascuna differente e tutte uguali». L’EdC, ha chiarito, «propone due elementi: la reciprocità e la comunione come fondamenta per uscire dalla piaga della precarietà. Non la bontà di qualcuno verso gli altri, ma la reciprocità che la comunione porta con sé».

Abbassando i fogli dell’intervento, la prof.ssa Sanze ha interrogato i 650 partecipanti all’Assemblea: «Chi sono i poveri qui tra noi? E chi sono i ricchi?». Sguardi incrociati tra il pubblico, interrotti dalla voce della relatrice: «Se prendiamo sul serio il carisma dell’unità, tante cose iniziano a cambiare: ci accorgiamo che la ricchezza e la povertà sono soprattutto faccende di rapporti, e che in ogni caso la ricchezza diventa vita buona e felice quando è condivisa con gli altri».

Di conseguenza per lei è il momento di «superare le categorie stesse di “popoli poveri” e “popoli ricchi” per scoprire che nessuno nel mondo è povero a tal punto da non poter essere un dono per gli altri».

È l’ora – ha affermato convinta – di «scoprire che la povertà degli altri contiene anche delle ricchezze, dei valori che fanno sperimentare quanto gli altri siano indispensabile per la nostra felicità».

Guarda ai popoli, la prof.ssa Sanze, ma prende per paradigma la persona. E così ha argomentato la tipicità del suo approccio: «È solo quando una persona in difficoltà si sente amata e stimata, trattata con dignità, può trovare in sé stessa la volontà di uscire dalla piaga della precarietà e rimettersi in cammino».

Dal micro ritorna al macro, al rapporto tra gli Stati. «È solo dopo questo primo atto di libertà umana che ogni persona deve compiere, che potranno arrivare gli aiuti, i fondi, i contratti, le relazioni commerciali, come elementi secondari, strumenti che contribuiranno allo sviluppo globale». In buona sostanza, una rivoluzione copernicana chiede la docente centrafricana.

Ed è proprio quello che, secondo lei, l’EdC sta avviando tanto nelle scelte degli imprenditori che ne fanno parte, quanto nel lavoro degli studiosi che ne stanno ponendo i fondamenti scientifici.

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