Notiziario EdC

Economia di Comunione una cultura nuova rivista diretta da Alberto Ferrucci

Periodico quadrimestrale nato per collegare quanti aderiscono al progetto di Chiara Lubich per una economia di comunione nella libertà.

Cover_32Una economia per persone che si realizzano nella relazionalità, anziché nell'egoismo razionale, basata - anziché su una lotta per prevalere - su un "impegno per crescere insieme", rischiando risorse economiche, inventiva e talenti, per condividere la cultura del dare del Vangelo.

Cultura del dare che si dimostra sempre più fondamentale per orientare l'umanità negli anni Duemila, alla ricerca di nuove strade per affrontare la sfida ambientale e scongiurare nuove atrocità tra gli uomini causate dalla globalizazione dell'economia.

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vedi anche: documenti PDF/notiziario EdC (archivio PDF, n°20 ad oggi)

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Una raccolta degli articoli più significativi dei primi 10 anni e 20 numeri del Notiziario "Economia di Comunione - Una cultura nuova" (dal 1994 al 2004) ha costituito il N.1 dei "Quaderni di Economia di Comunione" disponibile adesso online.

Come un piano inclinato

Come un piano inclinato

di Alberto Ferrucci
da "Economia di Comunione - una cultura nuova" n.31 - maggio 2010


Alberto_FerrucciMolti sono colpiti dal fatto che le aziende EdC destinino profitti per gli indigenti e per diffondere un nuovo umanesimo, ma altri obiettano che questa pratica non è nuova;  qualcuno inoltre leggendo il rapporto EdC sugli utili si stupisce, perché se si divide il profitto condiviso per il numero della aziende, l'apporto di ciascuna risulta esiguo.

Eppure non si può negare l'incidenza culturale dell'impegno, della passione e della testimonianza degli imprenditori, imprese e studiosi EdC sulla società di oggi, che ha indotto Benedetto XVI a menzionare l'economia di comunione nella enciclica Caritas in Veritate: evidentemente la semplice somma degli utili registrati come condivisi non descrive compiutamente lo sviluppo del progetto e la preziosità per l'umanità di oggi di questa strada verso una economia fraterna.

In effetti nel 1991 la proposta di Chiara della divisione dei profitti non era lanciata a persone generiche, ma a persone che già condividevano la cultura del dare. Persone che già cercavano di farsi sante, praticando laddove le circostanze della vita e del lavoro le avevano poste, l'agape, l'amare per primi nella speranza, senza pretese che l'altro ricambi.

Persone che agivano così per attirare quella presenza di Dio tra gli uomini che è stata promessa quando l’amore reciproco si realizza.
Ella aveva chiesto di far nascere accanto alle cittadelle del movimento, con il contributo di tutti, poveri ma tanti, aziende affidate ai più esperti fra loro che dessero lavoro ai loro abitanti e producessero utili per aiutare ad uscire dalla loro condizione gli indigenti loro prossimi.

Nel suo invito era quindi implicito che in tali aziende si sarebbe dovuta vivere la comunione, tra lavoratori, con fornitori, clienti e concorrenti, nel rispetto dei diritti di ciascuno, delle leggi dello stato e della salvaguardia dell'ambiente.
Proponeva quindi un modo di fare impresa che nelle nazioni in cui tali comportamenti non sono usuali rende problematico anche solo realizzare l'equilibrio economico: ella credeva però che esse avrebbero invece addirittura realizzato profitti, perché aveva sperimentato che vivendo la cultura del dare interviene la Provvidenza: ella non vedeva perché questo non sarebbe dovuto capitare anche per le aziende ed  addirittura per le nazioni.

Al progetto EdC hanno aderito però anche azien-de che operano in mezzo al mondo, lontane dalle cittadelle, anzi esse oggi sono la stragrande maggioranza: si tratta di aziende “in cammino”, che cercano di vivere sempre più la comunione al loro interno e nel loro territorio, collegate idealmente con tutte le altre e con i poli delle cittadelle.

Esse con tutti i loro limiti sono molto preziose, perché operando per quanto riescono con questo stile in mezzo al mondo, rappresentano come un piano inclinato che raccorda l'eco-nomia di oggi con l'economia fraterna. La loro testimonianza nella società raggiunge già in qualche modo gli obiettivi del progetto: contaminando con la cultura del dare i loro interlocutori, esse in qualche modo li formano; esse poi quando offrono un lavoro perché trovi un posto nella società il disoccupato o il disabile loro vicino, già aiutano gli indigenti.

Parlando con i loro imprenditori e lavoratori ci si accorge che essi spesso sentono di non poter dimenticare chi vive loro accanto, e per questo vi sostengono iniziative per la formazione alla cultura del dare: a volte poi si imbattono per vie diverse in situazioni di disagio sociale in altre nazioni e si  coinvolgono in aiuti diretti anche molto importanti.

Per rispondere a tutto questo utilizzano ricchezza che non sarà  distribuita ai soci: anche essa è in qualche modo un profitto utilizzato per gli scopi del progetto: non è sempre facile quantizzarla, ma per una rappresentazione più corretta dovremmo però arrivarci: in un caso in cui si è provato a calcolarla, ci si è accorti che la ricchezza distribuita dall'azienda in queste direzioni era sette volte maggiore degli utili versati per il progetto EdC.
Questi ultimi sono quindi solo la punta dell'iceberg di questa nuova economia; una punta che però speriamo emerga sempre di più, perché gli utili espressamente destinati secondo l'invito di Chiara hanno la particolare preziosità.

Chiara lo aveva certamente intuito ma forse in questi primi anni non siamo stati  capaci mostrarlo: forse perché dovevamo ancora sperimentare che se era semplice far giungere gli utili a persone vicine, ma che avrebbero potuto abituarsi a riceverli rimanendo nella loro condizione, era invece molto più impegnativo farli giungere a dei veri fratelli. A dei veri prossimi, a persone uguali a noi da aiutare ad uscire dalle loro difficoltà, in modo che anche esse potessero con pari impegno vivere la cultura del dare verso altri.

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