Luigino Bruni

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Un nuovo patto sociale per crescita ed equità

di Luigino Bruni

pubblicato su TamTàm democratico, n.5/2012

Tamtam_rivistaPartiamo da una premessa di carattere generale. La soluzione ad ogni grave crisi economica come quella attuale che ha le sue radici in trent’anni di capitalismo finanziario e “di carta”, frutto di una ben precisa ideologia e cultura economica e civile che pensava di poter rilanciare un occidente invecchiato e triste, con una stagione inedita di strumenti finanziari che avrebbero dovuto (a loro detta) creare ricchezza solo attraverso algoritmi sofisticati, va cercata fuori della sfera economica: la si trova nella vita civile, nei desideri e nelle passioni della gente, che sono i pozzi che alimentano la vita di quell’animale simbolico chiamato homo sapiens, compresa la sua vita economica.

Nessuno si lancia nell’avventura umana e sociale di dar vita ad una nuova impresa per ridurre il debito pubblico, né per lo spread né per queste ragioni ci si alza tutti i giorni alle sei per andare a lavorare. Queste cose si fanno per realizzare dei progetti di vita, dei sogni.

Noi esseri umani siamo anche capaci di fare grandi sacrifici, ma c’è bisogno che dietro ad essi intravvediamo qualcosa di più grande del sacrificio che facciamo, qualcosa di grande capace di muovere cuore e azioni, di riaccendere l’entusiasmo.

Si vive e si muore solo per queste cose, come ci dicono, in un controcanto angosciante a questi tempi di manovre, i suicidi sempre più frequenti di imprenditori, testimonianza che le questioni innegoziabili della vita non riguardano solo il suo inizio e la sua fine, ma anche il durante. Questi imprenditori suicidi ci dicono un fatto nuovo nei nostri dibattiti culturali e politici: che si muore anche di economia, e non solo di fame e nel lavoro (questo lo sappiamo già), ma anche nell’attività di impresa; a ricordarci, perché ce ne siamo dimenticati troppe volte in questi ultimi decenni che l’imprenditore quando non è speculatore, in quella sua impresa non ci mette solo capitali e macchinari, ma anche la sua anima, il suo cuore la sua storia, la sua identità individuale e comunitaria. Si capisce quindi che senza una nuova alleanza fra impresa, sindacati, politica, società civile, famiglie, che premi gli imprenditori e penalizzi gli speculatori (che sono la vera malattia di questo nostro sistema capitalistico contemporaneo), da questa crisi non usciremo mai o ne usciremo peggiori.

Lo abbiamo saputo fare in tanti momenti del passato, anche recente (resistenza, lotta al terrorismo): perché non ora? Occorre però che ognuno di noi usi bene quel brano di conoscenza e di potere sulla realtà di cui dispone, traffichi bene i suoi talenti, si impegni di più e meglio. Dobbiamo quindi tener presente una delle lezioni più importanti e meno ascoltate del novecento, cioè che lo sviluppo e la crescita di una nazione dipende poco dai governi e dai “Leviatani”, e certamente ne dipende molto meno di quanto se ne parli e racconti quotidianamente nei dibattiti pubblici, poiché il potere di cambiamento è distribuito fra milioni di persone e nessuno può agire al posto loro, se vogliamo salvare la democrazia e la libertà. Ecco allora che se vogliamo che questa operazione decisiva abbia successo c’è bisogno di riti e di liturgie pubbliche, della forza dei simboli, dell’arte, della bellezza, di gesti solenni e collettivi. Sono questi i veri strumenti sui quali la politica, i governi e la sfera pubblica hanno un effettivo controllo e che sono capaci di rimediare l’entusiasmo e la speranza civile di milioni di persone, almeno della parte migliore di esse. Stiamo uscendo, in Italia, con grande fatica, da una situazione civile molto simile alla “guerra di tutti contro tutti” di cui parlava Hobbes. Possiamo non uscirne, e continuare così il declino civile ed economico; possiamo uscirne creando un Leviatano, il coccodrillo mostruoso che fa anche parte della storia e del DNA di noi italiani, e non solo per il fascismo.

Ma possiamo liberarci e uscire da questa trappola di povertà sociale ed economica nella quale siamo caduti, rilanciando una nuova stagione di virtù civili e un nuovo patto, il solo terreno che ha generato e genera creatività, entusiasmo e voglia di vivere, da cui fiorirà anche la crescita economica. In particolare in questo tempo di “attesa” che speriamo non sia molto breve perché il tessuto politico e civile è molto sfilacciato ed il rammendo richiede molto tempo, dobbiamo dare vita ad una sorta di Giubileo nazionale di perdono reciproco, perché in questi ultimi due decenni il Paese e la politica hanno reagito nella maniera peggiore alla morte della società tradizionale e non siamo stati capaci di dar vita ad un “bene comune” che venisse prima dei beni particolari: ci siamo incattiviti nei rapporti civili e politici e così facendo l’Italia è uscita dalla leadership culturale ed economica di cui godeva.

C’è un rapporto molto stretto fra il mancato parto di questo nuovo patto sociale e la grave questione della disuguaglianza. Un noto studio pubblicato qualche anno fa metteva in luce che gli europei soffrivano di più per diseguaglianza rispetto agli abitanti degli USA. In particolare, si mostrava che la felicità soggettiva degli europei era più sensibile, rispetto a quella degli americani, alla diseguaglianza presente nel loro Paese. Noi europei soffriamo di più non solo la nostra povertà individuale, ma anche nel vedere una ineguale distribuzione del reddito attorno a noi. In altre parole, per europei ed italiani la diseguaglianza è considerata eticamente negativa e ingiusta, poiché la nostra cultura più comunitaria e cattolica attribuisce più peso alla felicità pubblica di quanto non faccia la cultura calvinista e individualista.

L’idea dominante per lungo tempo riguardo la diseguaglianza era quella di un andamento ad U rovesciata: cresce nelle prime fasi dello sviluppo per poi decrescere nelle fasi più avanzate. Questa teoria portava a considerare legittima una certa crescente diseguaglianza quando decolla lo sviluppo, come il grande economista Albert Hirschman mostrava con la metafora dell’ingorgo: se siamo bloccati in autostrada e ad un certo punto vedo che le auto della corsia accanto iniziano a muoversi, anche io sono felice perché penso che in breve anche la mia corsia si muoverà. In secondo luogo, si pensava che esistesse un compromesso necessario tra equità (eguaglianza) e crescita (efficienza), poiché essendo i talenti distribuiti in modo ineguale nella popolazione, occorre lasciare ai pochi molto efficienti di crescere più della media, in modo che poi gli effetti di questa maggiore crescita di pochi possano ricadere anche sui più poveri, sotto forma di trasferimenti, tasse, e beni pubblici e meritori (scuola, sanità, welfare, …).

In realtà, dati recenti, anche relativi all’Italia, fanno vedere che quella teoria non ha raccontato la storia reale. Infatti, da una parte la diseguaglianza, dopo una fase di diminuzione, negli ultimi due decenni ha ricominciato ad aumentare, e l’Italia è oggi uno dei paesi europei con il più alto indice di diseguaglianza (Indice di Gini), una disuguaglianza che per la ricchezza e i patrimoni è più del doppio di quella relativa al reddito.

Negli ultimi venti anni poi la quota del reddito prodotto destinato al lavoro (salari) è diminuito molto rispetto alla quota andata alle rendite finanziarie e alle rendite in generale (anche per precise scelte fiscali); se la povertà relativa aumenta, come in Italia, e aumenta soprattutto quella delle famiglie giovani, è facile capire che i consumi ne risentono seriamente, e con essi la crescita del Paese. Ecco perché oggi la questione dell’equità è direttamente la stessa questione della crescita.

Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia ha vissuto il miracolo economico poiché, ad di là dei dati statistici incerti, certamente il sistema economico ha saputo includere milioni di persone rimaste fino ad allora ai margini della vita economica, e quindi civile. La fabbrica, l’immigrazione, lo Stato sociale, hanno svolto assieme una funzione di riduzione dell’ineguaglianza sostanziale, la povertà assoluta e relativa, e di aumento della ricchezza nazionale e individuale. Ma questo miracolo, assieme economico (crescita) ed etico (inclusione e eguaglianza), fu possibile anche e soprattutto perché furono garantiti a tutti servizi sanitari di base, educazione, pensioni e diritti umani. Oggi, in una società post-moderna e frammentata, questi servizi e diritti di base sono sempre meno garantiti a tutti, e invece occorre iniziare ad affermare con forza che anche i diritti sociali ed economici debbono diventare presto diritti umani universali. Pensiamo ai nuovi poveri, agli immigrati, ai vecchi non autosufficienti senza rete famigliare, alle famiglie giovani con bambini: basterebbe solo il tema degli asili nido municipali e le enormi differenze tra le diverse regioni del Paese (che si riflette anche sulle opportunità di lavoro e di carriera delle giovani madri, ancora molto svantaggiate al Sud).E senza questo aumento della uguaglianza sostanziale tra i cittadini la crescita non può riprendere, perché manca non solo la domanda di beni di consumo, ma manca l’entusiasmo e la gioia di vivere dei giovani, senza dei quali nessun Paese è mai cresciuto. Poiché quando passa qualche tempo e la corsia del vicino continua a correre e la tua resta ferma, gli automobilisti iniziano a voler passare nell’altra corsia, il traffico si complica di nuovo, si creano nuovi ingorghi, e a qualcuno (soprattutto in Italia) viene la tentazione di passare illegalmente nella corsia d’emergenza. Inoltre, in una società italiana dove, a differenza di cinquanta anni fa, i cittadini sono più istruiti e più moderni, si accetta sempre meno (come dicono anche i dati) che un manager pubblico o un funzionario europeo percepiscano redditi decine di volte superiori a quelli di un insegnante, un sentimento di ingiustizia che se cresce oltre una soglia critica può distruggere gli ultimi fili del già molto sfilacciato legame sociale.

Infine, sono convinto che oggi gli studi sulla diseguaglianza e sulla povertà dovrebbero essere profondamente rivisti, tenendo conto delle conquiste fatte dalla scienza economica. Innanzitutto, come accennato, nelle misure della povertà e della diseguaglianza al reddito individuale e famigliare occorre aggiungere i beni pubblici, poiché avere 1000 euro a Trento (con asili nido, trasporti pubblici efficienti, ospedali vicini e funzionanti …) è ben diverso che avere 1000 euro nell’interno della Basilicata. Inoltre, come ci ha insegnato soprattutto A. Sen, la povertà e la ricchezza non è tanto una faccenda di reddito e di beni, ma di capacità di fare, di come la gente è capace di trasformare le risorse, poche o tante che siano, in attività, libertà, sviluppo.

E tutto ciò ci riporta al tema delle relazioni, dei rapporti, dei legami che tengono assieme una città e un Paese, che oggi in Italia sta diventando sempre più tenue; e senza ricreare un legame che si chiama nuovo patto sociale, nessuna riduzione della diseguaglianza né aumento della ricchezza nazionale saranno possibili.

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