Luigino Bruni

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Contro la tesi che il povero se la meriterebbe

Ritorna di moda, nei fatti, la tesi che il povero, il malato è colpevole del suo stato. Intervista a Luigino Bruni su "La sventura di un uomo giusto".

di Goffredo Pistelli

pubblicato su Italia Oggi il 24/12/2016

La sventura di un uomo giusto rid 250Luigino Bruni, ascolano, classe 1966, insegna alla Lumsa di Roma, dove è ordinario di Economia politica, ma ha portato da poco in libreria, per le Edizioni Dehoniane di Bologna-Edb, La sventura di un uomo giusto. Una rilettura del libro di Giobbe.

Professore, che c'azzecca lei, uno studioso dell'economia, dell'economia civile certo, con un personaggio biblico?

Ma il Libro di Giobbe è un'opera straordinaria, delle più belle. In ebraico, poi, è un pezzo di letteratura, è una trama di bellezza.

Capisco, ma serve all'oggi?

Ha ispirato arte e letteratura. Le dico di più: non possiamo capire oggi, fino in fondo, Leopardi, Dostoevskij, lo stesso Kafka, se non capiamo quel libro.

Ci siamo distratti, nei decenni, dunque.

Ma perché guardiamo la Bibbia con uno schema, imprigionati in un a priori: che si tratti, cioè, solo di faccende religiose.

Non lo sono?

Certo, che sì. Ma sono anche antropologiche: il Libro di Giobbe, ma anche il Qoelet, e i Profeti sono anche testi della grande saggezza umana.

Qual è, professore, l'attualità di quel pensiero?

Il grande tema è la distinzione fra la povertà, o per meglio dire la sventura, di una persona, dalla sua colpa. Nella religione «economica» di quel tempo, il povero, il malato, era colpevole in quanto tale. E così la sventura era doppia: era la maledizione di Dio, un'ingiustizia pazzesca.

Invece Giobbe?

Giobbe è il tentativo di dire che lo sventurato non è ingiusto e viceversa. Lui, Giobbe, finito in malora, deprivato di tutto, senza colpa alcuna, chiede conto a Dio, lo chiama a processo, gli chiede perché esiste il dolore degli innocenti: «Se non sei un idolo, spiegami». Alla fine, quasi sfinito, è tentato di credere anche lui che sia così, come gli dicono i quattro amici che cercando di convincerlo, in realtà i suoi carnefici.

Sta quasi per chiedere il rito abbreviato, si direbbe oggi.

Sta quasi per patteggiare, infatti, ma resiste, va avanti fino in fondo a chiedere.

E Dio risponde.

Sì, arriva nel processo, ma è meno interessante delle domande incessanti di Giobbe. Infatti gli studiosi hanno successivamente spiegato che si tratta di un lavoro redazionale ex-post: i rabbini aggiustarono il finale, con Dio che arriva e rimette in riga l'impudente. In realtà, il vero Libro di Giobbe terminerebbe proprio senza la risposta di Dio, aperto a tutte le risposte.

Una rivoluzione, in certo qual modo.

Una rivoluzione antropologica, una storia di un'umanità pazzesca, che noi moderni abbiamo a lungo dimenticato, malgrado poi il Vangelo avesse detto cose che, senza Giobbe, non si potevano capire fino in fondo. Pensi all'episodio del cieco nato.

Gli apostoli chiesero a Gesù se avesse peccato lui o sui genitori, per quella disabilità. Ma qual è l'attualità del pensiero di Giobbe, professore. Perché rileggerlo oggi?

Ora, non voglio certo strumentalizzare i libri antichi, ma vedo nel capitalismo post-moderno un grande ritorno di quella religiosità economica del tempo di Giobbe.

In che senso?

Si fa strada il pensiero che i poveri siano colpevoli, dei pigri fannulloni e che, pertanto, anche l'idea di un welfare universale sia sbagliata.

Da Giobbe è tanta strada.

Lo so, ma ci pensi. È il pensiero che deriva direttamente da un certo calvinismo nord-americano e che si va diffondendo anche in Europa, per cui la globalizzazione è diventata una sorta di religione e i poveri sono tali per colpa loro. Una certa idea di meritocrazia vuol colpevolizzare il povero, in quanto demeritevole. Alla fine dal pensiero di Giobbe deriva una critica a questa mentalità.

Spieghiamolo bene.

Giobbe è uno che si trova nel letame, solo e malato, senza alcuna colpa: gli accade, per sventura. E questa ideologia della meritocrazia, spesso, sostiene il contrario: con una certa spocchia fa un discorso sul merito che non è mai dalla parte di poveri.

Professore, ma il contrario della parola meritocrazia è, spesso, la parola «ingiustizia», il luogo dell'abuso e dell'arbitrio.

La parola meritocrazia è una bella parola. Tutti vorremmo che il nostro stipendio, o i voti nei compiti a scuola, fossero all'insegna della razionalità, fossero un rapporto fra merito e performance. Anzi potremmo dire che è un'esigenza di razionalità del mondo.

E la sua critica?

È che occorra spezzare l'idea che l'uomo ricco, di successo, sia di per sé meritevole e che si usi la meritocrazia come legittimazione nei luoghi alti del potere. Legittimare, di volta in volta, chi comanda. Ovviamente non mi riferisco al settore pubblico, dove la rivendicazione del merito è necessaria.

E dove l'assenza del merito è spesso clamorosa.

Sì, ma è appunto uno dei casi, che dicevo prima: uno non critica il merito per lodare i demeritevoli e i fannulloni. Se il mestiere dell'intellettuale, oggi, ha ancora un senso, è quello di dire cose scomode.

Le dica.

Certo. E allora chiedo: che ne facciamo dei demeritevoli? Li mettiamo nei centri di recupero? Li scartiamo?

Un altro grande tema che lei individua in Giobbe è la giustizia.

Giobbe dice una grande verità: esiste la sventura. Ci sono cioè dei fatti che producono grandi danni a noi stessi e alle nostre famiglie e che non vanno ridotti al contratto: c'è qualcosa che ci accade, cioè, e che non è frutto del nostro impegno. Questo è un messaggio importante per il nostro tempo: non c'è sempre una giustificazione morale, del tipo «chissà cosa ha fatto».

Giobbe è il giusto innocente.

Lo sventurato che non ha fatto niente di male. La giustizia negata. Giobbe dice: «Non è colpa mia». Ai suoi amici, che lo attaccano volendo fargli ammettere che c'è un ordine nell'universo, che vogliono fargli riconoscere una giustizia ultima ma a lui invisibile, Giobbe si ribella: «Se Dio è questo Dio, preferisco essere ateo. Non voglio credere». Giobbe sfiora l'ateismo. Lo dicono gli esegeti che i redattori successivi hanno emendato i passi troppo scandalosi: Giobbe arriva quasi a dire che Dio non c'è, se è un Dio che permette il dolore innocente. Meglio che non ci sia, se dovesse essere un mostro.

Un giudizio duro.

No, nel canto di Giobbe c'è una grande speranza: un Dio possibile. Moderno, se vuole, per un mondo che rifiuta la religiosità semplice.

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