Luigino Bruni

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L’argine e la visione

Commenti - Ciò che serve (non solo) all'Europa per affrontare la crisi

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 29/06/2012

logo_avvenire L’Europa non deve commettere l’errore di pensare che la soluzione alla sua crisi dipenda principalmente dalle proprie faccende interne. Non deve immaginare e progettare il proprio futuro dimenticando che siamo entrati nell’era della globalizzazione dei mercati e soprattutto della finanza, ma non della responsabilità politica e delle regole condivise. La Germania vuole più regole e più responsabilità (è l’antica idea tedesca dell’ ordo­liberismo), ma non ha senso regolamentare la finanza privata e pubblica interna se non si cambiano le regole della finanza globale, che a tutt’oggi vive in una situazione di sostanziale anarchia e in una zona franca dal punto di vista fiscale e legislativo.

L’Italia non può farcela senza un nuovo patto europeo, ma nemmeno l’Europa può farcela senza un nuovo patto finanziario globale. E a partire da questa prospettiva che si dovrebbe inserire la richiesta di Mario Monti di legare strettamente l’esemplare introduzione di uno strumento riequilibratore come la Tobin Tax alla organizzazione di un 'arsenale' anti­spread della Ue.

Se ci limitiamo invece alla dimensione nazionale o europea, commetteremmo il duplice fatale errore di chi abitando in un appartamento all’interno di un condominio situato nei pressi di un grande fiume con argini inadeguati o inesistenti, di fronte a una piena eccezionale, la più grande degli ultimi secoli, si preoccupasse di mettere sacchetti di sabbia alle finestre del proprio appartamento (Italia), e di organizzare al meglio l’unità di di crisi nel proprio condominio (Europa), ma non rafforzasse o creasse, insieme agli altri abitanti del villaggio, gli argini del fiume.

Dal cruciale incontro di capi di Stato e Governo che da ieri sera è in corso a Bruxelles si rischia di uscire a mani vuote (o quasi), con le immaginabili e pesanti conseguenze. Ci auguriamo che non sia così. Ma non basterebbe nemmeno un risultato qualsiasi. Se, ad esempio, uscissero soltanto nuove misure di politica economica e fiscale di natura interna, fossero anche quelle 'giuste', tali interventi sarebbero di fatto inefficaci nel medio periodo se non venissero accompagnate da forti prese di posizione sul piano della politica finanziaria internazionale. E non ci si continui a dire – in Italia e in Europa – che prima si fa una cosa (mettere a posto i conti) e poi se ne fa un’altra (dare regole ai mercati globali), perché la storia dell’ultimo secolo ci dimostra che questa logica 'dei due tempi' non funziona, e dopo l’intervallo il gioco non riprende mai, e si riinizia un nuovo primo tempo, in un’altra partita. O si agisce subito su tutti i fronti, oppure ciò che si lascia al secondo tempo si perde: lo stiamo sperimentando in questi mesi sulla pelle delle famiglie.

Ormai non abbiamo quasi più voce per dire, da queste colonne, che l’economia europea non ripartirà senza contrastare con decisione la finanza speculativa, un’azione che va fatta a livello globale, coinvolgendo possibilmente tutti gli abitanti del villaggio-mondo; e se qualche importante condominio, magari un po’ più distante dall’alveo del fiume (o qualche famiglia dei piani più alti del condominio), non volesse cooperare per costruire gli argini, sono convinto che la scelta più razionale sarebbe ugualmente mettersi di buzzo buono a costruire gli argini con i compagni che ci stanno, in base all’antica regola di razionalità sociale: 'Meglio io che nessuno'. Se, infatti, la speculazione finanziaria (che non è tutta la finanza) si orientasse verso i Paesi più deregolamentati, le famiglie e i lavoratori europei ne avrebbero solo da guadagnare da tutti i punti di vista, perché ormai i dati parlano chiaro e ci dicono che da alcuni anni la finanza altamente speculativa non è più capace di alimentare la crescita dell’economia reale, ma ne è diventata la principale nemica.

Il capitalismo degli ultimi tre decenni sta sempre più diventando un grande paradiso fiscale, ed è ora che da qualche parte qualcuno reagisca: e dove se non in quell’Europa che ha inventato economia e finanza?

All’Europa seria che lavora e fa impresa, all’Europa della gente per bene, non servono i denari di chi specula in operazioni che durano pochi minuti, perché questa 'ricchezza' non creerà mai alcun posto di lavoro vero, mentre ne distrugge già tanti. Ridurre l’anarchia e il peso di questa finanza avrebbe effetti positivi immediati anche per l’economia reale e per lo sviluppo, perché il degrado tecnologico e produttivo dell’Italia (che dovrebbe farci più paura degli spread) è anche il frutto di scelte di grandi e medie imprese che hanno smesso di investire produttivamente i propri capitali nello sviluppo dell’impresa, perché distratte e attratte dai facili e grandi guadagni che quella certa finanza consentiva fino qualche anno fa.

La deriva selvaggia del capitalismo era stata già prefigurata profeticamente cento anni fa a uno dei più originali economisti italiani, il mantovano Achille Loria, che denunciando la direzione che rischiava di prendere l’economia del suo tempo (e che portò presto alla crisi del 1929), così scriveva: «La verità è che al di sotto del mondo economico sano e normale, al disotto dei poderi e dei latifondi, delle officine e delle fabbriche, in sotterranei tenebrosi si agita e baratta una turba di falsi monetari, che manipola e traffica la ricchezza altrui e ne ritrae con frode larghissimi guadagni».

L’Europa salverà se stessa, la propria moneta e l’economia di mercato se saprà "unire" davvero il suo peso politico, culturale ed economico e lo userà per rimettere il lavoro e l’impresa al centro dell’economia.

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