Interventi a Convegni

Una riflessione antropologica ed economica a partire dai primi capitoli della Genesi

Nell'ambito della 90a sessione delle Settimane Sociali francesi, nella tavola rotonda dal titolo: "Rinnovare la visione della mondializzazione con le religioni"

Intervento di Luigino Bruni

Parigi, Unesco, 3 ottobre 2015

1.    La creazione, la terra, la fraternità

Le civiltà che si sono dimostrate feconde, sono quelle che non hanno sviluppato un 151003 Parigi SSF Unesco 03 ridrapporto predatorio con la terra e con il tempo, ma li hanno compresi, vissuti, e accolti come dono.

Per la Bibbia la terra è creazione, e quindi “la terra è di YHWH”. Se il mondo e la terra sono creazione, allora noi siamo abitanti di una terra di cui non siamo i padroni. L’umanesimo biblico è centrato sulla radicale gratuità del tempo e della terra. Lo ha espresso in molti modi, ma soprattutto e in modo fondativo con la grande legge del sabato e del giubileo: “Per sei giorni farai i tuoi lavori, ma nel settimo giorno ti cesserai, perché possano riposare il tuo bue e tuo asino e possano respirare i figli della tua schiava e lo straniero” (Esodo 23,10-12).

Non siamo noi i padroni del mondo in cui viviamo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa mentre restiamo viandanti. La terra per la bibbia è sempre terra promessa, e la terra promessa è mèta ideale di fronte a noi e mai raggiunta. La terra è promessa anche quando è la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, dove abbiamo edificato col sangue la nostra patria, quella dove cresce il grano del nostro campo. Su tutta la terra regna una prima legge di gratuità. La terra è il primo dono, e in quanto tale va vissuta e abitata.

Nella Bibbia c’è una profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, perché è anche persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così «altro» da uscire dall’orizzonte del «noi». Tutti i beni sono beni comuni.

Ma se sulle cose e sulle relazioni umane c’è impresso uno crisma di gratuità, allora la Bibbia ci dice che ogni proprietà è imperfetta, che ogni dominio umano è secondo, che nessun uomo è veramente e soltanto straniero. Nessun povero è povero per sempre.
Il grado di umanità e di civiltà vera di ogni società concreta si misura sulla base dello scarto tra il sesto e il settimo giorno. L’ultimo giorno diventa allora la prospettiva da cui guardare e giudicare gli altri sei, la loro qualità etica, spirituale, umana. Quando manca la libertà del settimo giorno, il lavoro diventa schiavitù per chi lavora, servitù e assenza di respiro per la terra e per gli animali; lo straniero non diventa mai fratello, il povero non incontra mai redenzione.

I Vangeli, poi, associano la terra alla mitezza, alla mansuetudine: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ai miti è promessa la terra, è questa la loro eredità. Ma la terra nell’umanesimo biblico appartiene a Dio. Allora quale terra possediamo se siamo miti? Il mite possiede ogni terra non possedendola; e quindi la condivide. La sente come eredità gratuitamente ricevuta, non come merce acquistata nei mercati; e come tale la vorrà lasciare ai propri figli. Apre le porte della sua casa perché sa che è veramente anche degli altri, di tutti. E quando la sua casa si riempie di non-familiari non si sente un eroe né un altruista, ma soltanto qualcuno che sta possedendo una terra ricevuta in dono e eredità, anche quando l’ha comprata con i risparmi di una intera vita.

La terra è sempre terra promessa, sta oltre un Giordano che, come Mosè, contempliamo ma non attraversiamo. E se ai miti è promessa la terra, allora la terra promessa è la terra dei miti. Ogni terra abitata dai miti diventa già terra promessa. Anche la terra della nostra città, del nostro quartiere, della mia casa diventa terra promessa se in essa vi abita almeno un mite.

2.    L’Adam e Caino

A custodia della terra, la Bibbia pone l’Adam. In principio non c’è Caino, ma c’è qualcosa di «molto bello e buono» (tov), che il sesto giorno con l’essere umano divenne «molto buona e bella» (Genesi 1,31). È la benedizione che aleggia sul mondo creato. L’inizio, il bereshit, il principio della terra, degli esseri viventi e degli umani è bontà e bellezza, che ci dice quale sia la vocazione più profonda e vera della terra, dei viventi, dell’uomo e della donna. E ci dice anche che la terra è viva perché si trova dentro un rapporto di amore e di reciprocità. Che sono vive anche le montagne, i sassi, i fiumi, il cielo. Il primo capitolo della Genesi è un canto sublime alla vita e al creato, che ha come suo culmine l’Adam, l’essere umano. E tutte queste creature sono buone, molto buone, belle e benedette perché volute per traboccamento d’amore.

Diversamente dai miti del Vicino Oriente o dell’India coevi o precedenti alla Genesi, dove il mondo e l’uomo nascevano da violenze, lotte tra dèi, decadenze e degenerazioni, la prima parola sul creato e sull’uomo dell’umanesimo biblico è invece bontà-bellezza. Il male può essere tremendo e pazzo, ma il bene è più profondo e forte di ogni grande e devastante male. Il male può essere banale, il bene mai.

Questa ‘cosa molto bella e molto buona’ si ammala e degenera, ma nessuna malattia dell’anima e del corpo è forte al punto di annullare questa bellezza e questa bontà primordiali. Caino può uccidere Abele, ma non uccide l’Adam.

La vita non muore, non ci spegniamo dentro, finché, pur dovendo guardare la storia dalla prospettiva di Caino e dei suoi figli non dimentichiamo che prima di Caino c’è Adam, che vive in relazione a Dio, alla terra. L’Adam fiorisce in pienezza, la sua immagine si rivela veramente, nel rapporto di reciprocità con la donna, quando gli occhi incontrano alla pari altri occhi (Eser Kenegdo). “Non è bene che l’uomo sia solo …” (Genesi 2) è rivolto ai rapporti uomo-donna, ma gli uomini e le donne non sono soli quando si sentono accompagnati dall’intera creazione.

Credere a questa prima parola sul mondo e sull’uomo significa credere che la prima e ultima parola sull’uomo non è quella di Caino. Invece è sul primato di Caino e sul pessimismo antropologico radicale abbiamo costruito contratti sociali e leviatani, diritto penale e tribunali, tasse, banche, le leggi sui clandestini, l’eutanasia per i bambini.
L’uomo reale è un intreccio di Caino e di Adamo, ma l’umanesimo biblico ci dice che prima è Adam. Se la prima e l’ultima parola su di noi fosse quella di Caino, nessun perdono e nessun ricominciare sarebbero veri, e nessun “per sempre” potrebbe essere pronunciato.

Chi prende sul serio quella prima parola sull’umano, vede che il mondo è pieno di cose belle e buone. Le scopre quando guarda stupito tramonti, stelle e montagne innevate, ma scopre cose molto buone e molto belle quando guarda i colleghi, i vicini di casa, il vecchio che muore, il malato terminale, i tanti deformati dalla troppa miseria o dalla troppa ricchezza, la nonna tornata bambina che gioca con le bambole, Caino che continua a colpirci. Nessuna foresta amazzonica, nessuna cima alpina possono raggiungere la bellezza-bontà di Mario, clochard della stazione di Roma. È questa l’antropologia biblica.
Ma in questo primato di Adam su Caino ci sono ancora altri messaggi importanti.

La Genesi ci presenta nel primo capitolo un rapporto uomo-natura come custodia e accudimento. L’Adam (il terrestre: Adam proviene adamah: terra), viene posto nel giardino, con il comando di custodirlo e coltivarlo. Custodire: shamar, in ebraico. Nel capitolo 4 della Genesi ritroviamo di nuovo lo stesso verbo, quando Caino torna dai campi dove ha ucciso suo fratello Abele, e di fronte alla domanda tremenda di Elohim: “Dov’è tuo fratello”, invece di rispondere, di essere quindi responsabile (rispondere) per la sua azione, pone a Dio un’altra domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Ancora custodia, ancora shamar. La custodia è una sola: se non sono custode del fratello non posso essere custode della terra, e viceversa.

Se non ci custodiamo gli uni gli altri, non saremo neanche capaci di custodire la terra - e neanche noi stessi. Dove scompare la custodia, il posto della fraternità lo prende il fratricidio e la terra viene macchiata dal sangue dei fratelli. Ma Dio riesce a sentire l’odore del sangue delle vittime della non-custodia: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dalla terra” (Gen 4,11).

La fraternità confina con il fratricidio. Nei rapporti tra umani e tra creature non c’è mai indifferenza: o custodia o fratricidio. Ma quella prima fraternità fallita ci dice anche che se la prima fraternità della storia fu un fratricidio, allora sulla terra ogni omicidio è un fratricidio.

3.    Conclusione: Noè o Babele?

Dopo Caino, la Bibbia ci presenta Lamec e il suo canto: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido” (4,23). L’umanità diventa interamente corrotta, Elohim si pente, e manda il diluvio. Ma su una terra degradata e in profonda ‘crisi’, c’è ancora un giusto, uno solo: Noè. Questo uomo giusto riceve una chiamata, una vocazione, e costruisce un’arca di salvezza.

Quindi il primo segno della giustizia di Noè è il suo rispondere alla vocazione. Ma il secondo, quello veramente decisivo, è la costruzione di un’arca, che dà contenuto e verità a quella chiamata personale. Dietro ‘chiamate senza arche di salvezza’ si sono nascosti molti auto-inganni, e non di rado nevrosi. Le comunità umane, le imprese, il mondo, si salvano ogni giorno da situazioni degradate, guastate, da crisi radicali, perché ci sono persone che sentono una chiamata di salvezza e rispondono costruendo un’arca di salvezza. Perché ce n’è almeno una. Una sola persona può essere sufficiente per una storia di salvezza. Le salvezze arrivano per le vocazioni, e per la costruzione di arche. Qualcuno, qualcuna, che crea un’opera d’arte, fa nascere una cooperativa, un’impresa, un sindacato, un’associazione, un movimento politico. Forma e custodisce una famiglia, un figlio, un mestiere, riesce a portare a lungo una croce feconda.

In tutte le storie di salvezza individuali e collettive c’è un ‘giusto’ e c’è ‘un’arca’. Dai diluvi ci si salva perché qualche giusto, almeno uno, sente una chiamata a costruire un’arca, e la costruisce.

Ma al termine della storia splendida di Noè e dell’arcobaleno del perdono e della nuova alleanza tra Elohim e la terra, abbiamo la costruzione della torre di Babele.
L’errore radicale di Babele fu quello di cercare la salvezza chiudendosi tra simili: tutti avevano «un’unica lingua e uniche parole» (11,1). La città-torre fu edificata «per non disperderci sulla superficie di tutta la terra» (11,4). Il disperdersi era proprio quanto comandato ai salvati dal diluvio: «brulicate sulla terra, e moltiplicatevi in essa» (9,7). E invece gli uomini salvati cercarono la salvezza non in un andare, ma in un sostare al riparo dal rischio delle molteplicità e della vita pullulante.

Il peccato di Babele fu allora quello di pensare che la salvezza si trovasse nella creazione di alte mura, nel dar vita a una comunità che smarrisce il dono. La nostra storia è sempre stata un alternarsi e un intersecarsi di città-mura e di città-doni, ma quando le mura hanno ucciso i doni non sono stati giorni felici per le civiltà.

Con l’arca la salvezza arrivò con una costruzione, a Babele la salvezza nacque da una distruzione, da una dispersione. Le salvezze individuali e collettive arrivano anche così: dalle dispersioni, dalle uscite, dalle emigrazioni. La benedizione-feconda sta nel disperdersi sulla terra, nel popolare nuovi mondi, nella varietà e biodiversità delle lingue, e quindi delle culture, dei talenti, delle vocazioni. La corolla del fiore è feconda quando disperde le proprie spore. La tentazione di Babele arriva puntuale quando si è usciti da diluvi o se ne temono altri. Invece di disperdersi, uscire, guardare avanti con speranza attorno a sé, invece di cercare alleati tra i diversi per scambi e incontri di mutuo vantaggio, si lascia la tenda e si costruisce la torre. Ma in quelle torri non nascono i figli. È la tenda mobile la buona casa dell’umano.

Nella valle di Babele gli uomini non capirono che il «cielo» da raggiungere non stava in alto ma stava di fronte a loro, nella strada verso il ‘non ancora’. Non compresero che una povera tenda nomade è più forte di una torre alta come il cielo.

Fuori dall’Eden, nel giardino della storia, la nuova lingua dell’Adam non la troveremo tornando indietro o fermando la storia dentro torri di simili; la potremo ritrovare solo camminando inseguendo una voce, un arcobaleno, una stella, un arameo errante.

Oggi in Europa, nei tempi dei diluvi finanziari e sociali, sta tornando forte la tentazione di Babele. Ma si stanno anche moltiplicando i Noè, che combattono le barche della morte e i loro trafficanti dando vita a arche di salvezza, a tutti i livelli. Dobbiamo continuare ad abbattere le alte torri, e a costruire arche per salvare e salvarci dai vecchi e nuovi diluvi. Ma soprattutto dobbiamo salvare i figli, i figli nostri e le figlie e i figli di tutti. È per loro la terra promessa.
Grazie.

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