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Reddito di cittadinanza alla prova

Dopo le prime teorizzazioni del M5S, il "reddito di cittadinanza" all'italiana è sempre meno un’erogazione di denaro a pioggia e si muove verso un più mirato approccio “goccia a goccia”.

di Benedetto Gui

pubblicato su Città Nuova il 17/01/2019

Un indubbio merito del Movimento 5 Stelle è di aver messo al centro del dibattito politico – con la seria intenzione di impegnare cifre importanti – la situazione di povertà in cui vivono troppi italiani. Naturalmente questo è solo il primo passo, perché poi ce ne sono altri due, non meno cruciali: tradurre questa rinnovata attenzione in provvedimenti legislativi ben congegnati e poi in un’efficace implementazione da parte degli organismi pubblici preposti.

Rileggendo il dibattito che si è avuto in Italia in questi mesi, possiamo distinguere due approcci diversi al problema. Il primo è quello del Reddito di Inclusione Sociale (REIS), una proposta elaborata nel 2015 dall’Alleanza contro la Povertà, un raggruppamento di una quarantina di entità che include associazioni di volontariato, federazioni cooperative, i maggiori sindacati e l’Anci (l’associazione dei comuni italiani, quelli che hanno per compito statutario il coordinamento del contrasto alla povertà).

Il REIS si basa sull’idea che la povertà è un fenomeno a più dimensioni (lavoro, abitazione, salute, relazioni familiari, fattori psicologici…) e prevede un accompagnamento personalizzato delle famiglie in difficoltà economica grazie alla collaborazione di vari soggetti pubblici e privati, in aggiunta ad erogazioni monetarie quando necessarie. Questa logica è stata recepita nel “Reddito di inclusione”, approvato nel corso della precedente legislatura, ma bisognoso di completamento e potenziamento.

Il secondo approccio al problema punta a risolvere la “povertà di reddito” e a garantire a tutti un sufficiente livello di entrate familiari, sulla base di regole generali. Il più tipico provvedimento che segue questo secondo approccio è il “reddito di cittadinanza”.

Questa espressione, nel suo senso originario, ha un significato ben preciso nel dibattito internazionale: è un’erogazione monetaria universale e incondizionata, quindi destinata a tutti, quand’anche si chiamassero Berlusconi o Benetton, e per tutta la vita. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione dell’intervento pubblico, caldeggiata da Beppe Grillo, padre ed ispiratore del Movimento 5 Stelle, che la vede come una doverosa risposta alla disoccupazione di massa che la diffusione dei robot fa temere.

Se mi si consente l’analogia, il primo approccio assomiglia all’irrigazione goccia a goccia di un vigneto, particolarmente adatta ai climi aridi perché fa arrivare la quantità d’acqua necessaria solo sulle radici delle piante da coltivare, evitando effetti indesiderati (l’acqua sparsa inutilmente sul terreno, evaporando, ne provoca la salinizzazione). Il secondo approccio assomiglia invece alla più tradizionale irrigazione a pioggia, ancora largamente usata, che sparge acqua in abbondanza su tutto il terreno: sulle coltivazioni, sui corridoi tra di esse, sulle stradine interne, sui fossi.

Veniamo ora al provvedimento approvato negli ultimi giorni del 2018 all’interno della legge di bilancio, che è di fatto un reddito minimo garantito condizionato e temporaneo. Il fatto che venga chiamato, seppur impropriamente, “reddito di cittadinanza”, fa capire che esso nasce da lì, con il secondo tipo di logica, pur essendo molto meno ambizioso (e molto meno costoso). Ma mentre il reddito di cittadinanza originario è relativamente facile da disegnare perché va a tutti, qualunque cosa facciano, qui occorre fissare dei criteri di selezione dei beneficiari, porre delle condizioni, stabilire dei limiti di tempo, istituire dei controlli.

Che la cosa sia tutt’altro che semplice lo prova la lunga serie di modifiche, revisioni, ripensamenti, ritocchi della proposta iniziale che sono stati annunciati nei tanti mesi precedenti e successivi le elezioni del 4 marzo 2018. Il fatto è che adesso, dovendo mirare il provvedimento ai singoli beneficiari, occorre entrare nelle dinamiche della povertà e preoccuparsi dei percorsi di uscita da questa condizione. Ed appare sempre più chiaro quanto aiutare chi è in povertà sia un’opera difficile e delicata, che richiede professionalità e prossimità, e nella quale avere soldi da distribuire è utile, ma non in tutti i casi.

Questa è a mio avviso la sfida che ha oggi di fronte il governo: completare – per quanto ancora possibile –, la trasformazione del provvedimento ancora chiamato “reddito di cittadinanza” verso una più piena adozione della prima logica, quella seguita  dall’Alleanza contro la Povertà, facendo tesoro dell’esperienza e della competenza sintetizzate nella proposta del REIS. La sfida di dotare il nostro Paese di efficaci strumenti di contrasto alla povertà è troppo importante per rischiare un fallimento, che decreterebbe l’abbandono per molti anni di questo benemerito impegno dell’attuale governo.

per approfondire

vedi anche approfondmenti su cittanuova.it

Prove di dialogo Alleanza contro la povertà e  professor Tridico

intervista Nunzia De Capite

dossier Povertà edito da Città Nuova

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