Alessandra Smerilli

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Alessandra Smerilli, PhD

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Il lavoro che serve ai giovani non è solo una occupazione

Commenti - Un'agenda dopo il sinodo/4 - In troppi casi sfruttamento e sfiducia impediscono un’autentica realizzazione. Accompagnamento, non assistenza per il passaggio alla vita adulta

di Alessandra Smerilli e Sergio Massironi

pubblicato su Avvenire il 01/02/2019

In poche, chiare parole il documento finale del Sinodo sui giovani esprime ciò che molti di loro si trovano a vivere, anche in Italia. «Il mondo del lavoro resta un ambito in cui i giovani esprimono la loro creatività e la capacità di innovare. Al tempo stesso sperimentano forme di esclusione ed emarginazione. La prima e più grave è la disoccupazione giovanile, che in alcuni Paesi raggiunge livelli esorbitanti. Oltre a renderli poveri, la mancanza di lavoro recide nei giovani la capacità di sognare e di sperare e li priva della possibilità di dare un contributo allo sviluppo della società» (40).

Capita, infatti – ed è un paradosso – che chi saprebbe dare un contributo alla società e alle imprese nell’innovazione sia escluso dal sistema. Una generazione privata, in molti casi, della possibilità di esprimere la propria intelligenza e le migliori energie. Il tasso di disoccupazione giovanile, nel nostro Paese, non scende sotto il 30%: in media, per un giovane su tre la ricerca del lavoro sembra non produrre risultati. Chi trova un’occupazione, poi, ha spesso da affrontare un interiore combattimento: Giovanna, per esempio, deve decidere se trasferirsi da Roma a Milano, lasciando famiglia e amici, per un lavoro che a stento le permetterà di coprirsi le spese di vitto e alloggio. Ne vale la pena? Decide di permanere in famiglia. Questa scelta non la soddisfa, ma non sa come fare diversamente. Quella di Giovanna è una piccola storia che rivela, da una parte, un Paese a due velocità, dall’altra il carattere sempre precario e povero di riconoscimenti anche nei contesti apparentemente più dinamici. Milano, per esempio, è diventata una città molto attrattiva, un incubatore di opportunità e di connessioni globali, eppure le garanzie per chi vi si addentra sono fragilissime. Certo, i giovani sono disposti a rischiare e costruire passo dopo passo un percorso soddisfacente, ma occorrono adulti che non approfittino di loro. In troppi casi lo sfruttamento è dietro l’angolo e con questo sfiducia, umiliazione e disillusione.

Molti di coloro che rimangono a vivere in famiglia non sono contenti: vorrebbero spiccare il volo, ma non riescono. Non ne hanno le possibilità economiche, ed è come se silenziosamente stessero chiedendo aiuto, per una transizione non brusca. Quelli della maggiore età sono anni in cui osare e sperimentare di più, per non spegnere i sogni. È così, ad esempio, che in diverse comunità iniziano a prendere forma esperienze di vita insieme, sotto lo stesso tetto, tra giovani e qualche adulto di riferimento. È anche un’indicazione che il Sinodo, come avremo modo di approfondire, inserisce nel documento finale (n 161): un tempo che introduca alla vita adulta, in cui si possa vivere, lavorare, celebrare e pregare insieme. Bozzetti di una civiltà futura, dove si sperimentino forme di economia e di lavoro più sostenibili, e i giovani possano trascorrere un periodo della loro vita, come passaggio tra la famiglia di provenienza e quella che costruiranno. Luoghi, quindi, di discernimento vocazionale, incarnato nella quotidianità dello studio e del lavoro e nella prossimità a sorelle e fratelli nuovi. I padri sinodali, infatti, sono consapevoli che l’orientamento professionale già 'per molti è vissuto in un orizzonte vocazionale. Non di rado si rifiutano proposte di lavoro allettanti non in linea con i valori cristiani, e la scelta dei percorsi formativi viene fatta domandandosi come far fruttificare i talenti personali a servizio del Regno di Dio' (n. 86). Anche in un tempo difficile per l’occupazione, molti giovani sanno essere coerenti con i propri valori e fedeli a se stessi, con grande naturalezza e semplicità.

Marco non ha avuto remore nel raccontare a tutta l’assemblea sinodale che, seppur da tempo in cerca di lavoro, con una formazione da ingegnere, ha rifiutato una posizione allettante e remunerativa in un’azienda che produce armi. Laura si è formata nel campo della finanza, da sempre interessata ai temi della finanza sostenibile e del credito cooperativo: entusiasta e molto capace, la banca dove svolge lo stage le offre subito un posto a tempo indeterminato. Nel frattempo riceve, però, anche un’offerta di lavoro da una realtà più piccola, in cui le propongono un contratto iniziale di cinque mesi. Il suo dilemma: scegliere una posizione a tempo indeterminato - un sogno per tantissimi giovani - in una realtà sicura, di cui però non condivide pienamente obiettivi e investimenti, o il tempo determinato in un’azienda le cui attività trova stimolanti e in linea con ciò che crede? Si confronta, chiede consigli. Accompagnare, è emerso durante tutto il Sinodo, è svegliare le domande, e non offrire risposte preconfezionate. Il dialogo con lei si concentra dunque sui 'perché': perché hai dubbi? Perché, nonostante la scelta razionalmente più ovvia sia quella di un contratto sicuro, non ti senti a tuo agio con quella possibilità? E dopo qualche confronto, Laura vede con chiarezza che preferisce l’avventura del tempo determinato in un’organizzazione in cui da tempo sognava di lavorare. Gli amici cercano di dissuaderla, le dicono che la sua scelta è da incoscienti. Ma lei, serenamente determinata, va avanti. Di questo sono capaci i giovani oggi: gli stessi che da molti sono etichettati come bamboccioni.

Ci sono, poi, quelli che per trovare un lavoro, magari in linea con i loro studi, scelgono di andare all’estero. Sono un numero consistente, difficile da consultare nelle statistiche ufficiali: la fondazione Migrantes della Cei ha dedicato loro un focus nell’ultimo rapporto sugli Italiani nel mondo. Centinaia di migliaia i giovani, entro i 35 anni, che vanno a lavorare all’estero, in particolare in Europa. Dal punto di vista economico questo dato non rappresenterebbe un problema, se anche l’Italia riuscisse ad attrarre altrettanti giovani da altri Paesi. Ma non è così. Certo, emigrare rappresenta anche un ampliamento di possibilità e di visione: in queste scelte i giovani testimoniano ancora una volta il loro coraggio. Per l’Italia è però un impoverimento e, mentre sembra che i maggiori problemi giungano da oltreconfine, non si mette sufficientemente a fuoco questa emorragia di forze giovani. Forse la Chiesa, con la propria universalità, è in condizione di abitare diversamente questo momento storico: allenando, ad esempio, i suoi fedeli e i consacrati a riconoscere il carattere di scambio di periodi trascorsi all’estero; in termini di arricchimento, e non di sradicamento. Le migrazioni non possono più essere colte, su scala globale, come un’emergenza e a modificarne la percezione può contribuire il cristianesimo con la sua fitta rete di comunità. Sin dal Nuovo Testamento, esse implicano circolazione e collegamenti tra le persone: incontro, confronto, cooperazione, unità. Occorre coltivare contemporaneamente le proprie radici locali e le potenzialità delle connessioni globali, trasformando i tempi lontano da casa in aperture della tradizione e in superamenti dell’autosufficienza.

Chi non va all’estero, tuttavia, non va dimenticato. A volte si scoraggia e smette di cercare un lavoro: arriviamo alla categoria dei cosiddetti 'neet', coloro che non studiano e non cercano attivamente un lavoro, perché scoraggiati. La media italiana dei giovani fino a 29 anni in queste condizioni è del 24%. Un dato esorbitante. Anche qui, però, categorizzare non sempre offre un buon servizio ai protagonisti. Ogni giovane ha una storia. Certo – e anche nel Sinodo è emersa qualche voce in questo senso – è legittimo chiedersi se sia compito della Chiesa occuparsi direttamente di giovani e lavoro. Il contesto geografico e la maggiore o minore vivacità del mondo imprenditoriale e della società civile rendono difficile una risposta unica per tutto il Paese. Lavorare è più di trovare un’occupazione, e in questo il cristianesimo gioca la sua partita: ha da evangelizzare la fatica di ogni giorno e da sostenerne la bontà. I giovani ce lo dicono chiaramente: non hanno bisogno di assistenza, ma di chi veda che è il loro momento e sostenga le loro opportunità, difendendole se necessario. In un mondo economico che sembra fare a meno di loro, ipotecando così il proprio futuro, la Chiesa può aiutare tutti a vedere, nei giovani, dei figli cui aprire l’intera realtà. Per loro gli adulti seri devono saper fare anche qualche passo indietro.

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