Tutte le News

Tutte le ultime news dall'Economia di Comunione

1

Le prime radici: prefazione di Stefano Zamagni

Le_prime_radici_riddi Stefano Zamagni

La via italiana alla cooperazione è un saggio intrigante e illuminante al tempo stesso. Intrigante, perché obbliga il lettore a liberarsi di certi luoghi comuni intorno alle caratteristiche peculiari della cooperazione italiana un movimento che è tram i più robusti e avanzato del mondo occidentale.

Illuminante, perché Bruni convincentemente spiega che il fondamento teorico-culturale della nostra cooperazione va cercato nell’economia civile. Il punto non è di poco conto. 

Infatti, leggere la cooperazione con l’occhiale dell’economia politica – il paradigma scientifico che ha soppiantato quello dell’economia civile e che ha trovato in Adam Smith il suo autorevole iniziatore – conduce a considerare quella cooperativa una forma minore di impresa, un’eccezione, per quanto benemerita, alla regola costituita dall’impresa di tipo capitalistico. Adottare invece l’economia civile - il paradigma di studio squisitamente italiano sbocciato nel XVIII secolo all’epoca dell’Illuminismo napoletano e milanese – quale berillo intellettuale consente di arrivare a ben altre conclusioni.

Primo, che la cooperativa, ben lungi dal costituire l’eccezione, è in realtà il modo “naturale” di fare impresa in una avanzata economia di mercato. (Un’idea questa che già il grande J.S. Mill aveva anticipato nel 1852, nella terza edizione dei suoi Principles of Political Economy). Secondo, che la cooperazione, fondando l’agire economico anche sui principi di reciprocità – la mutualità ne è la forma più nota – e di fraternità – assai più forte del principio di solidarietà – è il più efficace veicolo, oggi, per affermare un modello di ordine sociale che vada oltre la nota economia sociale di mercato, mirando piuttosto alla economia civile di mercato.

La cifra del saggio di Luigino Bruni e’ la dimostrazione del fatto che la via italiana alla cooperazione è stata fin dall’inizio via civile. Non così invece in Francia e in Inghilterra, paesi che pure hanno visto sorgere, agli inizi dell’Ottocento, le prime imprese cooperative. Questo dà conto, fra l’altro, del fatto che la cooperazione italiana nasce colorata – bianca, rossa, verde – espressione cioè delle tre grandi matrici culturali che hanno forgiato l’identità nazionale: la cattolica, la socialista, la liberal-repubblicana. In quanto movimento di movimenti, la cooperazione italiana non ha mai assegnato all’attività d’impresa un fine solo economico, ma insieme anche sociale e culturale. In tal senso, si può sicuramente affermare che la cooperazione italiana è stata fin dal suo sorgere (la prima cooperativa viene costituita a Torino nel 1854) il punto di arrivo di una lunga linea di pensiero che a partire dal “risveglio europeo” dell’XI secolo – il secolo della rivoluzione commerciale – passa attraverso l’Umanesimo civile e il Rinascimento, per sbocciare, appunto, al tempo dell’Illuminismo italiano. E’ questa una specificità tutta italiana, non condivisa dalla cooperazione degli altri paesi.Bene dunque ha fatto l’autore di questo bel libro a rinverdirne la memoria.

Bruni, nel suo inseguire le determinazioni concettuali, trasmette un tale controllo del territorio, sia teorico sia storiografico, da non lasciare dubbi di sorta. Come già Giacomo Leopardi aveva ben compreso nel suo celebre saggio sui costumi e il carattere degli italiani, buona parte degli studiosi di economia italiani, ieri come oggi, abbacinati dall’esterofilia, forse perché vittime di una particolare forma di complesso di inferiorità ma soprattutto perché non a conoscenza delle proprie radici culturali, hanno analizzato il fenomeno cooperativo facendo proprio l’angolo di visuale “imposto” dal paradigma dell’economia politica. Hanno così finito con l’accettare, più o meno supinamente, un duplice vizio: l’uno di natura antropologica; l’altro di natura metodologica. Il primo consiste nell’accettazione acritica dell’assunto pre-analitico secondo cui tutti gli agenti economici avrebbero preferenze individualistiche e autointeressate; come a dire che tutti i soggetti sarebbero homines oeconomici. Sappiamo invece, e ce ne dà conferma l’amplissima evidenza empirica, che le persone del mondo reale desiderano entrare in cooperativa non solamente per perseguire il proprio interesse, ma anche perché sono genuinamente interessate a vivere valori come democrazia, giustizia sociale, libertà. Come Bruni mostra, fu questo l’imperdonabile errore di non pochi importanti studiosi italiani di fine ottocento (quali Francesco Ferrara, Vilfredo Pareto e Maffeo Pantaleoni), un errore  che non consentì loro di leggere la realtà cooperativa dell’epoca in modo non ideologico.

D’altro canto, l’errore metodologico è stato quello di pensare di poter confrontare la performance economica dell’impresa cooperativa e della gemella capitalistica adottando quale metro di giudizio la nozione paretiana di efficienza allocativa. Ma l’efficienza nel senso di Pareto è stata costruita per essere applicata allo studio dell’impresa capitalistica. In quanto tale, essa non è in grado di catturare la specificità identitaria della cooperativa. E’ questo l’errore nel quale sono caduti tutti quegli economisti, sia neoclassici sia neoistituzionalisti, che seguendo l’iniziale impulso di B. Ward (1958) sono arrivati fino a H. Hansman (1996), passando per Furobotn, Pejovic, Jensen e Meckling. Il fatto è che quello di efficienza non è un criterio oggettivo (e dunque non è un criterio neutrale rispetto ai giudizi di valore) sulla cui base poter costruire ordinamenti di meritorietà tra forme alternative di impresa.

La conseguenza congiunta di tale duplice errore è che la questione cooperativa è stata prevalentemente affrontata sub specie paupertatis: la cooperativa si giustifica e si legittima per la sua capacità di servire la causa dei miseri e degli emarginati sociali, di tutti coloro cioè che non riescono ad inserirsi nel modo di produzione capitalistico. In altri termini, se il modo “naturale” di fare impresa è quello capitalistico è evidente che quello cooperativo non può che essere un modo residuale e comunque destinato a scomparire col tempo. La mutualità (interna) allora è ciò che ultimamente contraddistingue la cooperativa, sancendone la funzione sociale: i soggetti, in qualche senso svantaggiati, si stringono in cooperativa per scoraggiare lo sfruttamento del lavoro ad opera del capitale oppure per ottenere migliori condizioni di acquisto dei beni di primaria necessità. (Non è per caso se le prime cooperative, in Gran Bretagna come in Italia, furono cooperative di consumo). E’ questa concezione ad aver guidato la penna  dell’Assemblea Costituente nel momento di scrivere l’art.45 della Carta Costituzionale: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”. In quanto strumento di poor relief, la cooperativa si pone in alternativa alle poor laws di carattere assistenzialistico e/o paternalistico. Ma è evidente che fin quando la cooperativa è connotata dalla sua funzione sociale e l’impresa capitalistica invece dalla sua funzione economica, la prima non potrà che accontentarsi di  occupare posizioni di nicchia all’interno del mercato e a venire considerata come  l’eccezione alla regola – una sorta di brutto anatroccolo da rispettare bensì, ma dal quale non aspettarsi nulla di particolarmente rilevante.

L’argomento di Bruni, invece, è che la cooperativa è creata e mantenuta in vita dalle risorse e dalla passione di persone che pongono la libertà positiva – cioè la libertà per ovvero la libertas electionis - in cima al proprio sistema di valori. A differenza della libertà da, che dice dell’assenza di costrizioni (libertas indifferentiae), la libertà per è la libertà in vista di un fine, che nel caso di specie è il potere di esercitare il controllo sull’attività di impresa. Anche il lavoratore dipendente dell’impresa capitalistica è libero da – dal momento che in un’economia di mercato, nessuno è obbligato ad accettare una data occupazione – ma non è libero di esercitare la propria piena autonomia. E’ dunque l’interesse primario per la libertà positiva a far nascere le cooperative, che vi sia o meno la sollecitazione proveniente dalla esistenza di bisogni sociali non soddisfatti, oppure da situazioni particolari di insicurezza economica. Ecco perché una teoria non meramente funzionalistica della cooperazione – sono ormai tante in letteratura tali teorie che sarebbe opportuno fermarne il flusso – non può che riconoscersi nella prospettiva di studio dell’economia civile.

Mi piace chiudere con il rinvio al noto racconto di Franz Kafka, La Tana. Lo strano animale che la costruisce è preso da un’unica fissazione: che qualche estraneo possa penetrare nella sua tana. Escogita dunque ogni sorta di sistema di sicurezza, erigendo barriere all’entrata e riducendo le occasioni di incontro con ogni altro. La tana si trasforma così in una trappola mortale per questo sciocco animale. Il messaggio per il movimento cooperativo è chiaro: se esso si rintana, si limita cioè a difendere le posizioni acquisite con successo, esso corre il rischio di restare prigioniero delle glorie del passato. Si legga, allora, questo libro di Bruni come un invito accorato al movimento cooperativo italiano di riprendere il largo. A me pare, questo, il modo migliore di saggiarne la grandezza d’intenti.

 

Seguici su:

Seguici su:

Chi è online

Abbiamo 370 visitatori e nessun utente online

© 2008 - 2019 Economia di Comunione (EdC) - Movimento dei Focolari
creative commons Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons . Progetto grafico: Marco Riccardi - info@marcoriccardi.it

Questo sito utilizza cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire l’esplorazione sicura ed efficiente del sito. Chiudendo questo banner, o continuando la navigazione, accetti le nostre modalità per l’uso dei cookie. Nella pagina dell’informativa estesa sono indicate le modalità per negare l’installazione di qualunque cookie.