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Ricordando Peppuccio

Nel 2° anniversario della sua morte vogliamo ricordare con gratitudine Giuseppe Maria Zanghì (Peppuccio).

Giuseppe Maria Zanghì PeppuccioPer circa 50 anni Peppuccio ha accompagnato Chiara Lubich nella elaborazione dottrinale della spiritualità dell'Unità. E' stato uno dei filosofi personalisti più originali della sua generazione (la distinzione fra individuo e persona, fra civile e politico sono ormai dei contribuiti imprescindibili per chi si occupa di filosofia relazionale) sebbene abbia sviluppato il suo pensiero al di fuori dei circuiti accademici.

Nel '92 quando era direttore della rivista Nuova Umanità ospitò il primo numero monografico sull'Edc dove furono scritte le prime riflessioni culturali sull'Economia di Comunione. A questo numero fece seguito sempre sotto il suo impulso un secondo numero monografico nel '99 che segnò l'inizio della riflessione più teorica ed accademica.

Pubblichiamo oggi un suo testo del 2004 scritto in occasione del convegno Internazionale Edc a Castelgandolfo “Nuovi orizzonti dell’Economia di Comunione”. Grazie Peppuccio, siamo certi che ci stai continuando ad acccompagnare dal Paradiso come e più di prima.

La redazione

“Non solo Economia: per un umanesimo di comunione"

Verso una cultura di Comunione

di Giuseppe Maria Zanghì

Parlare di comunione è parlare di unità. Ma di una unità che vive della distinzione, un’unità dinamicamente mossa da una tensione che tutta la percorre pur acquetandosi in essa.

Di fatto, la storia della cultura dell’uomo è la storia di una tensione continua tra le forme nelle quali era data l’immagine dell’Uno, ma nell’assenza della realtà dell’Uno – di come Egli è in verità -, e gli interventi attraverso i quali l’Uno stesso si dava nella storia, progressivamente disvelandosi nella sua realtà mediante  i  suoi  profeti.  Questi  “uomini dell’Uno”  nei  quali  era sempre di nuovo aperto un varco per passare “dal non-essere all’essere, dalla tenebra alla luce, dalla  morte  all’immortalità”  (Brhadaranyaka  Upanishad), aprivano squarci di realtà nell’irrealtà, di verità nella menzogna; indicavano spazi di libertà, strade diverse da battere: si pensi, per esempio, all’opera del Buddha nei confronti  dell’Induismo sclerotizzato  del  suo tempo, o alla forte azione dei profeti di Israele nei confronti degli irrigidimenti rituali o delle sacralizzazioni politiche. Ma l’irreale, l’idolo, tornava sempre a chiudere quelle radure di luce, ritessendo le sue tele e cercando di inglobare in esse, svuotandole, le parole di verità degli “uomini dell’Uno”.

Per  me, cristiano, l’apertura nella storia dell’Uno nella sua verità, ha il suo  vertice  in  quel particolarissimo suo profeta che è stato Gesù di Nazareth. L’Uno, nel suo annuncio, non è più un vertice assoluto e che si sottrae nella sua solitudine irraggiungibile: egli si apre, rivelandosi come comunione di quelle che chiamiamo le Persone divine. E proprio in questo rivelarsi si fa raggiungibile,  perché egli stesso è comunione delle persone, è amore; e si sottrae  alla solitudine nella quale l’uomo lo pensava: non solitario in sé, e perciò non solitario nei confronti di tutte le altre alterità.  

E’ in questo Uno-comunione che ha radice la cultura di comunione che è, nonostante le intense ombre e le dure smentite, la forma della cultura dell’Occidente.  

E proprio oggi, in questo nostro momento tormentato ed aspro, più intensa si fa la domanda di comunione: più intensamente l’Occidente  ricerca il vero  se  stesso. Con angoscia, non sempre cosciente ma sempre reale, il cammino  dell’unità, della comunione, ci interpella.

Cammino in cui la stessa cultura dell’Europa dai “vecchi parapetti” (per dirla con Rimbaud 1) dovrà essere condotta oltre, e dovranno essere sfidate le altre grandi culture.  

Dobbiamo passare – e in questa direzione già ci muoviamo – da una cultura che  ha privilegiato la sostanza, il che cosa?, ad una cultura che ponga al centro la persona nel suo essere comunione che supera l’individualità, il  chi?, senza  precipitare però nell’abisso del nulla che è stato, è la grande risposta conclusiva  della modernità alla metafisica della sostanza.  

Che cosa, chi, sta sotto la sostanza? L’essere, ha risposto l’Occidente. Ma che cosa è l’essere? come lo pensiamo? Il nulla, ha risposto, risponde, in vari modi l’Oriente. Ma che cosa è il nulla? come possiamo pensarlo?

In entrambi i casi il pensiero entra in agonia!
Ecco, allora, una grande proposta: l’Amore, l’essenza dell’Assoluto cristiano, la Trinità, deve diventare  la  categoria  fondante e fondamentale del pensiero,  della cultura dell’Occidente.

L’amore, non come sentimento, come realtà psichica, ma come struttura profonda del reale, di tutto il reale.

L’Amore – ecco il segreto – che è sintesi di essere e non-essere. Infatti, che vuol dire, per me, amare se non darmi, e senza residui? Dovrei dire: facendomi nulla? Ma non è proprio in questo suo darsi che l’amore è?  Allora, per un’alchimia  originale, nel  darsi = non-essere dell’amore, l’amore è. Il volto vero dell’essere viene rivelato!  E che cosa è l’amore, quando si fa pensiero?  
 
L’essere, come picco assoluto porta alla solitudine il pensatore, smarrito  nell’abbraccio consumante di questo essere-Uno. Il non-essere, a sua volta, tende alla fine del pensare – e se può attendere una luce ulteriore, questa è né pensabile né dicibile.

L’amore, invece, è comunione, perché è darsi a qualcuno.  E se questo darsi  raggiunge la reciprocità nel libero ritorno del dono, il nostro pensiero respira nel grande mare della vita.

Le categorie di un tale pensiero, più che quelle astratte del  pensiero-dell’essere,  e quelle negative del pensiero del  non-essere, sono quelle del  concreto, cioè  quelle del reale in quanto vissuto nella comunione che lo costituisce e che la parola conduce a manifestazione in questo  rapporto, comunione, letto all’interno del  rapporto-comunione  tra  noi  creature umane.

Perché ciò sia possibile, la parola deve farsi leggera al massimo (penso, cristianamente, alla Parola in croce), per ricevere tutta la densità dell’amore, e dell’amore diventare trasparente icona, e, insieme, veicolo.

In  questa  ottica, l’economia, solo per un esempio – lasciatemi osare – diventa  scienza-dell’arte-del-dono: quel dono che, avendo come sua forma l’amore, è  tutto e solo gratuità.

Una gratuità che nella reciprocità diventa, appunto, economia. La consistenza dei beni, come quella delle parole, deve farsi anch’essa leggera, così da diventare icona e veicolo dell’amore forma della comunione sociale. Non, allora, la privatezza dura del possesso, che ricade sull’io e ne dilata, oggi, la solitudine  infelice  e  l’angoscia; né  l’investimento come  soggetto del possesso di un collettivo che è sempre meno reale dei soggetti che lo compongono; ma la
comunione personale del dare-ricevendo e del ricevere-dando, in cui il  bene  economico diventa volto del Bene assoluto, quella  Trinità di Persone che è scambio d’Amore.

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Nota 1 -  Da “Le bateau ivre”

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