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Lecco: l’economia in dialogo con la religione

Le leggi dell’Economia possono non essere in contrasto con i principi dell’Etica, e le finalità dell’economia, e del lavoro, nella vita collettiva.

di Ugo Baglivo

pubblicato su Resegoneonline il 17/01/2018

180116 Lecco ACLI Bruni 01 ridSconcertante” è forse la parola giusta per definire il messaggio della conferenza del 16 gennaio, organizzata dalle ACLI provinciali al Cineteatro Palladium di Castello, che ha ribaltato i valori tradizionali di Economia e di Etica, per raccordarli senza contrasti tra loro. Le leggi dell’Economia possono non essere in contrasto con i principi dell’Etica, e le finalità dell’economia, e del lavoro, nella vita collettiva, possono coniugarsi con i valori delle scelte disinteressate, vocazionali, dell’uomo singolo.

Già il titolo dato dal relatore all’incontro risultava di difficile sintesi: “Economia, lavoro, merito, incentivi, dono, creatività, innovazione, giovani – Le parole per ricominciare”; e come sottotitolo: “Per un nuovo abbecedario della vita civile”. Relatore il prof. Luigino Bruni, ordinario di Economia politica all’Università LUMSA di Roma. Secondo il ricercatore i concetti di mercato, moneta, debito, profitto, sono già nel racconto biblico; per troppo tempo la cultura – soprattutto occidentale – ha marcato la distinzione tra principi etici (individuali) e leggi economiche (della collettività). E’ ora tempo di porre i due campi d’azione in rapporto di correlazione.

In questa nuova visione delle cose, gli interessi economici diventano sempre più “immateriali”, e il richiamo alle Sacre Scritture può risultare addirittura un “bagno di concretezza”. In fondo l’economia persegue da sempre fini derivanti dalle virtù cardinali: “giustizia, prudenza, fortezza, e temperanza”. Sono proprio ribaltate le prospettive: si parla di “virtù del mercato” e di “utilità sociale della Bibbia”.

A introdurre i lavori si è prestato Luigino Panzeri, rappresentante delle ACLI provinciali: scherzosamente i due Luigini duettavano, giocando sui nomi oltre che sui concetti scientifici o teologici. Panzeri si è detto felice di ospitare – ancora una volta – il ricercatore Bruni, di origini marchigiane ma già noto nel territorio lecchese, per altre sue presenze. Felice si è detto Panzeri anche per il folto pubblico che ha coronato il successo della serata.

A rappresentare la Giunta Comunale è intervenuta al tavolo la consigliera Clara Fusi, che ha ricordato l’impegno di questa Amministrazione per la salvaguardia del lavoro, e in particolare del lavoro per le categorie deboli della società: il lavoro per chi è nel disagio sociale (progetto del 1999), il lavoro per chi rimane disoccupato avendo oltre cinquant’anni d’età, il “tavolo di sviluppo territoriale” per la concertazione degli interventi tra datori e fruitori di lavoro, per una programmazione adatta “alla bisogna”; e poi il “Living land”, per agevolare l’inserimento sociale e lavorativo dei giovani che né studiano né lavorano, alla scoperta di una vocazione, e poi lo sportello Informagiovani, sempre attivo da anni, punto di riferimento in città e territorio circostante per l’orientamento tra le offerte possibili.

Poi l’intervento del prof. Bruni: è qui che si è rivelata la vera novità della serata, nel ribaltamento delle posizioni scientifiche tradizionali. A cominciare dal merito e dalla meritocrazia, tanto decantata nella società moderna. La meritocrazia è sì incentivo a fare, ma è anche legittimazione delle disuguaglianze, insomma è più male che bene. Quali sono i veri talenti dell’uomo nella società? Oltre ai talenti “aziendali”, del saper produrre, in situazione di competitività, ci sono i talenti “personali”, non meno utili nella sfera individuale e anche nella sfera sociale: la mitezza, l’umiltà, e simili virtù. La meritocrazia enfatizza il merito aziendale; ma alla fine la competitività nasce dall’egoismo, che è difetto prima che pregio del vivere.

E ancora un richiamo (teologico) al “dono”: chi ha successo nella vita sociale, come può essere un professore universitario (Bruni per l’appunto!) deve il suo successo per il 10% al merito, e per il 90% al dono, cioè al talento che gli è stato dato da Dio.

E l’incentivo, tanto di moda oggi? L’”incentivo” ha la stessa radice linguistica di “incanto”: esso ti fa fare cose che normalmente non faresti. L’incentivo diventa necessità solo in situazione di concezione pessimistica del mondo sociale; ma l’uomo fa qualcosa solo se pagato? non può l’uomo voler fare soltanto per realizzare il meglio di sé, indipendentemente dagli interessi egoistici? L’impresa che “ti paga” non “ti compra”; ciò che sei in quanto uomo, nel tuo intimo essere, non è pagabile, anzi non è neppure quantificabile.

Anche nella Bibbia fin dal Vecchio Testamento, il lavoro è segno di schiavitù e non di piena realizzazione di sé: fin dal peccato di Adamo ed Eva, e poi nel ricordo della schiavitù degli Ebrei in Egitto, il lavoro è oppressione e non vocazione. Invece il lavoro può essere visto più in positivo; esso per l’uomo è parte della propria volontà, è parte della realizzazione di sé a cui ogni individuo uomo si ispira: il lavoro può essere tutt’altro che “alienante” se visto con gli occhi della psicologia, oltre che con quelli della sociologia.

Il relatore arriva a dire: guai se un giovane ricevesse soldi dalla società senza lavorare; in quel caso lo Stato, o la società sarebbero sinonimi di diseducatori. Il lavoro va offerto, e soprattutto cercato come forma di realizzazione di sé, il lavoro “non insudicia mai”, il lavoro è sempre portatore di dignità umana, qualunque esso sia.

Eppure, se tutti dobbiamo lavorare, non tutti trovano il lavoro che vorrebbero. Invece il segreto del successo è proprio questo: il lavoro va fatto – qualunque esso sia – con entusiasmo, con senso di orgoglio, va fatto “con passione” anche quando non piace. Solo così il lavoro ti dà il senso di dignità, e diventa motivo di vanto: non gli incentivi aziendali, che ti comprano la dignità, ma l’orgoglio personale, che non si compra mai!

Dunque, a ben vedere, esiste una dimensione economica del lavoro che va “oltre il contratto sindacale”; oltre la stessa definizione di “impresa”. Il lavoro è vocazione: i giovani vanno aiutati sì nel trovare la propria strada di lavoro adatto alle situazioni; ma vanno soprattutto coinvolti, accolti per quello che sono prima che motivati a fare; insomma il lavoro va rapportato ad una virtù fondamentale dell’uomo, cioè la creatività, che nasce dal desiderio di realizzazione personale.

Dalle domande del pubblico scaturisce lo sconcerto che lasciano nell’uditorio queste posizioni, forse troppo idealistiche eppure realistiche nel contempo. Come intervenire, in una città come Lecco, a favore dei giovani? cosa si può fare per il loro avvenire, in una società in cui si realizzino le loro aspettative di successo? Risposta: occorre guardare ai giovani, e al loro futuro, con ottimismo più che con preoccupazione. La scuola non deve educare alla competitività quanto alla scoperta della vocazione personale. L’impresa non è sempre scontro tra interessi contrastanti, ma può risultare situazione di realizzazione di sé, per il giovane che approccia al lavoro.

Ma questo “modello alternativo” di società quanto riesce a costruire futuro, nella realtà? Risposta: c’è un’economia reale (che guarda soprattutto al passato) ma anche un’economia profetica (rivolta al futuro): non basta essere nell’ottica del “ricco Epulone”, occorre mettersi nelle parti di “Lazzaro”, ai piedi del tavolo (di evangelica memoria); in ogni posizione sociale c’è dignità umana. Dall’ottimismo, la speranza in un futuro di economia come costruzione sociale “appagante” e virtuosa.

E’ tutta utopia? O c’è comunque una componente di verità in questa apparente contraddizione tra fatica umana e realizzazione del proprio desiderio? “Sconcertante”… era l’impressione iniziale; lo “sconcerto”, che pure rimane, può lasciare posto alla “speranza”.

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