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L’impresa fa utili o genera valori?

L’economista Zamagni prende in mano l’enciclica del Papa Caritas in Veritate e, con altri colleghi, indaga su cause e soluzioni dell’attuale crisi. Da Cagliari

L’impresa fa utili o genera valori?

di Roberto Comparetti
pubblicato su: cittanuova.it il 1/02/2010

Stefano_ZamagniBisogna rendere democratico il mercato, non può esistere un solo tipo di impresa, quella capitalistica che genera profitto, ci vuole l’impresa che generi valore sociale, l’impresa sociale”. È uno dei passaggi chiave dell’intervento a Cagliari dell’economista Stefano Zamagni, in occasione del convegno alla Facoltà di Economia, organizzato dal Centro Italiano Femminile sul tema “La strada dello sviluppo umano integrale tra economia, qualità della vita e bene comune alla luce dell’enciclica Caritas in Veritate”.
È necessario dare vita ad un’impresa – ha detto tra l’altro Zamagni in grado di sfatare la convinzione che prima bisogna produrre e poi reddistribuire, che la produzione si basi sul principio di efficienza e la redistribuzione sul principio di solidarietà, per cui da una parte la sfera economica produce e dall’altra la sfera sociale e lo Stato redistribuiscono. Con la globalizzazione la prima sfera è diventata sempre più grande a scapito della seconda. Le disuguaglianze sociali non si combattono né con la retorica, né con l’elemosina. Serve accelerare anche in Italia un processo riformatore per far diventare pluralistico il mercato: non occorre aumentare i consumi, ma il tasso di imprenditorialità”.

Il docente ha ripercorso le pagine dell’enciclica “Caritas in Veritate”, evidenziando come il Papa abbia offerto un tema innovativo dal punto di vista economico: “Benedetto XVI invita a cambiare modo di guardare la realtà – ha detto – Non si può sostenere che esista un solo tipo di impresa, quello for profit o di capitali: ci sono anche le imprese sociali, le cooperative, il mondo del no profit. Per troppo tempo, anche nelle aule universitarie, si è invece fatto credere che quello capitalistico sia il solo modo di produrre reddito”.

L’antidoto ai paradossi del mercato individuati nella “prima enciclica post-moderna” sta nel “riservare più tempo alle relazioni e ai cosiddetti ‘beni relazionali’: l’amicizia e i rapporti. La massimizzazione dell’utilità – proposta dalle teorie tradizionali ­aumenta il reddito, ma non eleva il benessere. È un modello di sviluppo errato che per anni ci ha fatto credere che questa fosse la strada giusta”. Sulla stessa linea, l’esigenza di conciliare ritmi lavorativi con i tempi familiari, “indispensabile se vogliamo rilanciare il ruolo delle famiglie”.

Abbiamo bisogno certamente di efficienza – ha detto Zamagni - ma anche di equità e - soprattutto - di reciprocità. Gli esseri umani hanno necessità di consumare questo tipo di beni. La gente ne ha bisogno di beni legati alle relazioni interpersonali. Lo stile di vita della società industriale ci ha inondati di beni materiali di tutti i tipi, e ha così impedito la generazione di beni relazionali. La società pre industriale, al contrario, non era capace di produrre beni materiali sufficienti, ma era in grado di produrre beni relazionali. La sfida oggi consiste nel modificare il nostro stile di vita senza dover tornare alla società pre industriale”.

100504_Pompeu_01Vittorio Pelligra, ricercatore della facoltà di Economia di Cagliari, ha proposto alcuni spunti per una nuova idea di mercato da applicare al contesto sardo: “Servono istituzioni e forme di interazione che aumentino il livello di benessere delle persone. L’enciclica riconosce la legittimità del mercato, fatto non scontato. Ma denuncia l’assenza, in esso, dell’elemento della fraternità: le teorie economiche più avanzate mostrano che escludere l’altro – pur se ammissibile a livello teorico – non fa funzionare il sistema. Anche l’attuale crisi mostra che i mercati non funzionano quando manca la fiducia”. E citando un’indagine svolta su un campione di cittadini, Pelligra ha spiegato che “i sardi si fidano del terzo settore, ma non delle banche, dei banchieri e del mercato azionario. Per questo occorre – ha concluso il ricercatore – ridare efficienza al mercato investendo nella rigenerazione del capitale sociale, debellando l’invidia come abbiamo debellato la malaria”.

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