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Economia di Comunione

Persone e imprese che attivano processi di comunione.

Idee e pratiche per un agire economico improntato alla reciprocità e all’accoglienza.

Un ambito di dialogo e di azione per chiunque voglia impegnarsi per una civiltà più fraterna guardando il mondo a partire dagli esclusi e dalle vittime.

Magnifica arte è lo «Stabat»

L’alba della mezzanotte/25 – Il rischio dell’incontro e la scalata morale del mondo

di Luigino Bruni

pubblicato su Avvenire il 08/10/2017

171008 Geremia 25 rid«Del Giordano le rive saluta,
di Sïonne le torri atterrate...
Oh mia patria
sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!
»

T. Solera e G.Verdi, Nabucco/Nabucodonosor

Possiamo immaginare mille volte il finale di una storia, averne un’idea certa perché la fine era già inscritta nei tanti segni che avevamo trovato e interpretato. Ma quando quel finale arriva davvero è sempre diverso. Sapevamo che Marco sarebbe diventato grande, e quando un giorno ci accorgemmo che quel nostro "bambino" bellissimo non c’era più, furono emozioni e lacrime tutte diverse, e bellissime. Abbiamo previsto e detto infinite volte che le nostre azioni scellerate ci avrebbero condotto alla fine, ma il giorno che portammo davvero i libri in tribunale, fu tutto diverso, con dolori e lacrime vere che non avevamo saputo vedere. Avevamo preparato fin nei dettagli il nostro ultimo giorno in comunità, ma quando chiudemmo davvero per l’ultima volta la porta della stanza dietro di noi e varcammo il portone per sempre, ciò che accadde nel profondo del cuore fu totalmente nuovo; né potevamo sapere il sapore dell’ultimo pane mangiato con i compagni, né quella nostalgia di cielo che ci ha accompagnato per tutta la vita. Non lo sapevamo, non lo potevamo sapere, non lo dovevamo sapere per poter provare a spiccare quel volo impossibile. Ci possiamo e dobbiamo preparare, accogliere con mitezza l’idea del suo arrivo certo, ma quando l’angelo della morte arriverà davvero non sarà come lo avevamo sognato, e ci sorprenderemo che vivendo avevamo anche imparato a morire. Ma non potevamo saperlo, altrimenti non sarebbe stato il dono più grande.

Geremia per quarant’anni aveva visto, udito e detto che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, i cittadini uccisi, i superstiti deportati. Ma il giorno che l’esercito babilonese entrò davvero in città, il tempio distrutto, donne, uomini e bambini uccisi davvero, sarà stato per lui un altro giorno, certamente più doloroso. I profeti, diversamente da noi, non gioiscono nel vedere passare il cadavere annunciato lungo il fiume, non dicono con maligna soddisfazione "ve lo avevo detto". Muoiono due volte: quando annunciano la fine, e quando la vedono compiersi sotto i loro occhi, nella propria carne. «Nel decimo mese del nono anno di Sedecìa, re di Giuda, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme e l’assediò. Nel quarto mese dell’anno undicesimo di Sedecìa, il nove del mese, fu aperta una breccia nella città… I Caldei diedero alle fiamme la reggia e le case del popolo e demolirono le mura di Gerusalemme». (Geremia 39,1-3;8). Caduta la città, il re Sedecìa cercò di fuggire per salvarsi la pelle (39,1) – quante volte lo abbiamo rivisto nel corso della storia. Viene però catturato nei pressi di Gerico, e sottoposto al supplizio più atroce: «Il re di Babilonia fece ammazzare i figli di Sedecìa a Ribla, sotto i suoi occhi; il re di Babilonia fece ammazzare anche tutti i notabili di Giuda. Cavò poi gli occhi a Sedecìa e lo fece mettere in catene per condurlo a Babilonia» (39,6-7).

Nel caos generale Geremia era finito di nuovo in prigione, quindi tra gli ebrei destinati alla deportazione a Babilonia. Dopo la cattura di Sedecìa i babilonesi lasciano un ebreo, Godolia, non di dinastia davidica, come governatore del "resto" rimasto nel paese: «Lasciò nel paese di Giuda i poveri del popolo, che non avevano nulla, assegnando loro vigne e campi in tale occasione» (39,10). Uno dei casi, non così rari, dove essere poveri diventa una provvidenza. Ha innalzato gli umili e rimandato i ricchi a mani vuote. Riguardo Geremia, la cui fama di profeta anti-resistenza era nota anche presso i caldei, «Nabucodònosor, re di Babilonia, aveva dato queste disposizioni: "Prendilo e tieni gli occhi su di lui, non fargli alcun male, ma trattalo come egli ti dirà"». (39,12). Il capo delle guardie disse a Geremia: «"Ora ecco, oggi ti sciolgo queste catene dalle mani. Se vuoi venire con me a Babilonia, vieni: io veglierò su di te. Se invece preferisci non venire con me a Babilonia, rimani. Vedi, tutto il paese sta davanti a te: va’ pure dove ti pare opportuno. Torna pure presso Godolia, figlio di Achikàm, figlio di Safan". Il capo delle guardie gli diede provviste di cibo e un regalo e lo licenziò» (40,4-5). Geremia è liberato e riceve un dono. Non sappiamo cosa fosse questo dono, ma è comunque significativo incontrare il dono alla fine di un episodio centrale nella vicenda di Geremia. I doni sono cose molto serie, si trovano al cuore della vita e della morte. La Bibbia lo sa, e mette un dono dentro una liberazione, a sacramento di una scelta decisiva. Noi abbiamo confinato i doni nel campo del non-necessario e, spesso, dell’inutile; la Bibbia no, lo colloca nel suo giusto posto, all’incrocio tra libertà e schiavitù.

Geremia ora si trova nella piena libertà di scegliere dove andare. Il riconoscimento di cui godeva presso i caldei gli aveva guadagnato il privilegio di poter decidere la sua sorte. Andare a Babilonia avrebbe significato protezione e sicurezza, forse un posto nella corte di Nabucodònosor. Invece «Geremia andò a Mizpa da Godolia, e si stabilì con lui tra il popolo che era rimasto nel paese» (40,6). Geremia decide di restare, usa il privilegio della libertà per rimanere tra i suoi, tra i poveri. Perché? Forse sperava in Godolia, membro di una famiglia sua amica (26,24). O forse restò perché la coscienza o la voce gli dissero, semplicemente, di restare nel paese devastato, in mezzo al quel resto di poveri – i profeti veri stanno a casa solo tra i poveri. Si può decidere di restare in una terra devastata e desolata solo perché dentro si sente che si deve restare. Tanti fuggono, altri sono "deportati" altrove dalla vita. Qualcuno, uno, invece resta. Quando di quella comunità, che era stata il grande sogno della giovinezza, la terra promessa, è rimasto solo un mucchio di macerie, tanti fuggono, qualcuno decide di restare. Non sa spiegare le ragioni che lo fanno restare, sa solo che deve restare – sulla terra esistono gli imperativi dell’anima. Forse neanche sceglie di restare: resta e basta. Forse per quella strana fedeltà alla terra, iscritta nei cromosomi del cuore, che ha ereditato dai genitori e dai nonni, che gli avevano insegnato con il magistero della povertà dignitosa che la fedeltà prima di essere una scelta è un destino, è una chiamata muta della carne, è un richiamo dell’origine. Perché la vita è una cosa seria, e bisogna arrivare fino alla fine, imparando l’arte magnifica dello «Stabat». Non sa perché, ma resta, non parte come e con gli altri, quando, come Geremia, avrebbe potuto farlo. Restare quando si potrebbe partire ha un immenso valore morale e spirituale, è un preziosissimo bene comune. Le città resterebbero distrutte per sempre se non ci fosse qualcuno che decide di restare quando potrebbe partire – se non ce n’è almeno uno. È tra queste persone capaci di restare nelle città distrutte che vanno cercati i veri profeti del nostro tempo: nelle fedeltà lunghe e silenziose in mezzo alle rovine.

Nei primissimi mesi, Geremia vede realizzata la sua profezia. Godolia si mostrò un capo sapiente. La sua nuova residenza divenne un luogo di aggregazione degli ebrei dispersi e centro di rinascita: «si raccolse vino e frutta in grandissima abbondanza» (40,12). Una speranza che però durò molto poco, perché Ismaele, un membro della casa reale di stirpe davidica, ordì una congiura contro Godolia: «Ismaele, figlio di Netania, si alzò con i suoi dieci uomini e colpì di spada Godolia» (41,1-2). Il "cesto" aveva dei fichi marci (24,8), e tutto marcì. È comunque molto importante e bello il tragico racconto di Godolia. Il testo ce lo presenta come un vero sapiente e un uomo giusto. Viene avvertito da Giovanni, un ufficiale, che Ismaele stava arrivando per ucciderlo, per conto degli ammoniti. Giovanni gli dice: «Io vado e ammazzo Ismaele. Perché dovrebbe essere lui ad uccidere te?». Ma Godolia gli risponde: «Non commettere una cosa simile» (40,16). Giovanni, invece, aveva ragione. Ismaele venne, Godolia lo accolse come un ospite, e fu da lui assassinato mentre «mangiavano insieme» (41,1).

Ci sono sempre stati ospiti uccisi da coloro che avevano ospitato. Ma molto più numerosi sono gli ospiti benedetti e fatti migliori dai propri ospiti. L’umanità è diventata più umana tutte le volte che il dolore e la paura per l’ospite assassino nella casa accanto non hanno ucciso la nostra libertà di aprire con fiducia e generosità la porta all’ospite sconosciuto che sta arrivando. Nella storia non sono stati i beniaminiti di Gabaa (Giudici 19-21), né Polifemo, a vincere davvero, anche se la loro ombra riappare troppo spesso puntuale e minacciosa. Quando accogliamo un ospite nella nostra casa, gli apriamo il nostro cuore e la nostra tavola, non possiamo sapere se stanno entrando "angeli" (Ebrei 13,2) o Ismaele l’omicida. Godolia pagò con la vita la sua scelta ospitale. Preferì rischiare l’incontro con l’altro, non fu prudente, non credette a Giovanni. Ma quel suo sacrificio consente a noi di indignarci, di condannare Ismaele e rinforzare le buone ragioni dell’ospitalità.

Non sono le belle storie a lieto fine a rafforzare la coscienza morale collettiva più profonda dei popoli. Le norme etiche più importanti si formano nell’esercizio continua di approvazione e sdegno di persone e personaggi che non abbiamo mai incontrato, a cominciare dalle fiabe dell’infanzia (gli uomini e le donne in carne e ossa attorno a noi non bastano per formare i nostri sentimenti: occorre anche la realtà aumentata dalla grande parola biblica e dalla letteratura). Un popolo che smette di leggere e raccontarsi le sue grandi storie si avvia alla carestia più grande: quella dell’empatia e dell’indignazione, le colonne portanti di ogni buona e giusta casa comune, e di ogni cuore umano. Una ferita mortale di un giusto procurata da un atto agapicamente imprudente, diventa un chiodo piantato sulla parete di roccia per continuare la scalata morale del mondo, a un’altezza che la somma di mille azioni prudenti senza ferita non raggiunge né sfiora – il cristianesimo non ha inventato l’agape: l’ha riconosciuto, ed esaltato. Abbiamo potuto intuire la resurrezione speciale del Cristo perché la Bibbia aveva risuscitato molti giusti, custodendo le loro croci, narrandole per secoli sotto le tende. Godolia non è morto per sempre: rivive ogni volta che leggendo la Bibbia risentiamo l’odore del suo sangue innocente, e lo riconosciamo nelle vittime della terra. E poi continuiamo ad aprire la porta.

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Marzo 2020, Assisi
"The Economy of Francesco"

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